lunedì 25 luglio 2011

Tempesta estiva

Pausa pranzo. Mensa. Di fronte a me uno di quelli che catalogo automaticamente nel gruppo adolescenti immutabili: 45 anni e continuano a nutrirsi di pizza, hamburger e patate fritte con ketchup, praticamente le stesse propensioni alimentari di un quindicenne brufoloso, nessuna evoluzione delle papille gustative né della cultura nutrizionale.
Mi concentro sui miei spinaci lessi. Dopo aver scacciato l'idea che potrebbe aver ragione il tipo di fronte, torno a pensare alla serata passata il giorno prima al Globe Theatre a Villa Borghese, una ricostruzione del teatro dove Shakespeare allestiva le sue opere a Londra.
L’ambientazione è sicuramente d’effetto, e per dieci miserrimi sbiuri puoi acquistare un biglietto per la platea, ti siedi per terra, se lo sai in anticipo ti porti un cuscino da casa per rispetto alle tue terga, altrimenti cazzi tuoi, e ti senti subito proiettato ai tempi d’oro del teatro elisabettiano. Devo dire che non l’ho mai amato il teatro, men che quello shakespeariano. Tutte le rappresentazioni che ho visto finora (ma si contano sulle dita di due mani) le ho trovate forzate, non più attuali, con testi a volte difficili da seguire, personaggi che mi ci perdo, movenze pompose, dizioni troppo caricate, trame basate su equivoci scontati e non realistici. Non riuscivo proprio ad entrarci dentro.
Questa volta era in scena La Tempesta, protagonista assoluto Giorgio Albertazzi, vegliardo che riesce seppur da immobile a tener in mano il corso degli eventi. Ed è stata un'assoluta scoperta: sarà per l’architettura a pianta circolare, le travi di legno a vista, il pavimento in tufo che sembra di terra battuta, sulla testa niente tetto ma la dolce serata romana, ma questa roba mi ha proprio coinvolto. Stavolta ho capito! ho percepito! ho visto! L'ambiente occupato da ogni attore, il perimetro non solo spaziale ma anche temporale e sonoro che gli è stato affidato, il particolare e personale modo in cui calca il palco, in cui gesticola, in cui imposta la voce. Certo La Tempesta si presta più di altre a questa rivalutazione, non ci sono giochi basati su equivoci che tanto mi stanno sulle palle, l’impianto narrativo è di prim’ordine, i personaggi non sono moltissimi e i principali sono immediatamente distinguibili. Per cercare di capire anche il lavoro di adattamento operato dal regista ho recuperato dallo scaffalone nel corridoio che con malcelata megalomania chiamo biblioteca il volume struzzi Einaudi che giaceva da tempo intonso.
Aperta parentesi, qualche giorno fa mi ero ripromesso di parlare dell’importanza della veste tipografica dei libri, dell’influenza del tatto, del peso, della carta nella lettura di un'opera e dell’impatto che tutto ciò ha nel giudizio che ne dai. Avrei voluto accennare alla qualità della carta della Piccola Biblioteca Adelphi, alla veste sempre professionale della Universale Bollati Boringhieri, alla pochezza e povertà degli Oscar Mondadori fino alla sensazione non sempre spiacevole da hard discount della economica Newton Compton, ma alla fine non se ne è fatto più nulla. Chissà un giorno. Giusto per tenervi informati. Chiusa parentesi.
Dicevo, ho riletto il testo e quella che mi pareva ascoltandola una rivisitazione in chiave moderna si è invece rivelata una versione quanto mai aderente all'originale. Cioè: lì sul palco del Globe parlavano una lingua del seicento, o quello che secondo il traduttore era una buona approssimazione italiana dell'inglese del seicento, ed io sono riuscito a seguire più o meno tutto senza crollare in preda ai conati dopo venti minuti... Conclusione: non è vero che La Tempesta è un'opera datata e non più attuale come il mio pregiudizio mi suggeriva, se sono riuscito a goderne persino io, ignorante materialista adoratore del dio apple. Seconda conclusione: non vi fate sfuggire il Globe Theatre e inseritelo nella programmazione della vostra estate romana, tra una caratteristica sciacquata di piedi nel fontanone ed un sempre in voga ruttone nella galleria Alberto Sordi (c'è l'eco...).

mercoledì 20 luglio 2011

Vinicio il marinaio

Eccomi di nuovo a consigliarvi la musica che vale la pena ascoltare. Stavolta vi chiedo di abbandonare il solito Vasco che già da qualche decennio ci sta trapanando i cabasisi con le sue frasi mozze da tardone strafatto e di procurarvi in qualche modo l'ultimo disco di Vinicio Capossela, "Profeti, Marinai e Balene".
Il disco non è di quelli che lo fischietti al primo passaggio, anche se billy budd è da stamattina che non mi esce dalla ghiandola pineale; ce ne vogliono parecchi di ascolti, e devono essere attenti e meditati, unico modo per cogliere tutta la ricchezza dei venti piccoli pezzi teatrali che ospita. L'effetto è di teletrasporto immediato a bordo di una baleniera melvilliana: senti subito il puzzo di sangue di cetaceo rappreso, le gambe e lo stomaco ti cedono come nel bel mezzo di una tempesta, sottocoperta tra l'aria malsana e densa scorgi nell'oscurità le amache che avvolgono i corpi dei marinai, la sera borbotti sul ponte aspettando con l'equipaggio l'ora del grog, intoni con loro canti sguaiati e parli delle puttane del porto, di notte se sei fortunato odi in lontananza il canto delle sirene. All'alba ancora balli maschili e sguaiati sul ponte, eppoi l'incubo del Leviatano biblico, il vagabondaggio di Ulisse, le moìne e le cosce di Calipso, e su tutto Acab e la sua ossessione, e l'Oceano a sommergere vomito e vita.
Se sopravvivete all'esperienza vi accorgerete che è un disco denso come la pece da calafataggio.
Vinicio approccia i pezzi in maniera teatrale come farebbe Tom Waits, la voglia di palcoscenico traspare in tutte le inflessioni, le musiche a volte sono solo accompagnamento alla prosa ma sempre accuratissime e perfette nel loro ruolo.
Un disco da avere a tutti i costi. Ma non prima di aver rispolverato con cura la vostra vecchia edizione di Moby Dick.

lunedì 11 luglio 2011

venerdì 8 luglio 2011

La rivincita della volpe

Mattina, ore 6.15. Solito allenamento nel quartiere che si sveglia. Il mio consueto tragitto comprende un passaggio in una zona sterrata che da un lato costeggia il deposito Acea, dall’altro una macchia incolta con arbusti alti e fitti. Di solito l'area è frequentata da gattari (termine romano per definire personaggi dall’età non più verde che dedicano parecchie ore ed energie alla cura dei gatti randagi, senza alcun tornaconto e per puro animalismo, dicono loro, ma ciò è chiaramente impossibile) e da omini che pisciano il cane (sì, transitivo è bello).
...
Hey, un momento, cos’è quell’affare rosso e peloso che ruba il cibo agli assonnati e pasciuti gattoni? Cacchio, pare una volpe, anzi è popo 'na volpe! Una volpe bella grossa nel cuore di Roma! Appena avverte lo scalpiccìo dei miei passi si affretta a nascondersi nella boscaglia ma, ricacchio, era stata a quindici metri da me appena tre secondi prima!
Qualche giorno avanti avevo notato un porcospino spiaccicato sull'asfalto, animaletti non proprio domestici ogni tanto se ne vedono (anche se spesso morti...), ma una volpe è diverso. La consapevolezza che a poche decine di metri da casa mia, che credevo luogo ormai irreversibilmente votato all’inquinata metropoli, vive o perlomeno bazzica una volpe, mi ha piacevolmente toccato. La volpe è animale selvatico per eccellenza, è bestia che vive in Quebec, Siberia, Canada, luoghi che solo a pronunciarli mi viene voglia di mettere il golfino, mica a Macerata. È roba da boschi nordici, da inverni ancestrali, da latitudini remote; sarà per questo che all'incontro ho dato un'interpretazione che con il passare del tempo è diventata più che una mera ipotesi: la natura cova sotto le infrastrutture artificiali di una città come brace sotto la cenere, pronta a fare capolino non appena la civiltà molla la presa. Mi sono ricordato di un libro letto qualche anno fa che si cimentava nel prevedere cosa sarebbe successo se l’umanità si fosse estinta all’improvviso (“il mondo senza di noi”, di Alan Weisman); si faceva una stima del tempo necessario agli alberi e agli animali per rioccupare di nuovo le aree urbane (pochi mesi) che mi era sembrata troppo breve, ma ora che so che c’è una volpe sotto casa pochi mesi mi paiono assolutamente plausibili. Basterebbe una settimana di completa assenza umana per convincere la mia volpe a spingersi fin sotto i palazzi in cerca di cibo o le formiche (che non sono ancora riuscito a debellare) a riempirmi la stanza da letto, e poco più a far crescere a dismisura persino l’erba del giardino del mio amico Sdf, ostinatamente reticente a qualsiasi concime.
La mia volpe mi ha definitivamente convinto che la civiltà stanziale come la conosciamo è agli sgoccioli e la natura prima o poi riprenderá possesso dei suoi luoghi; per homo sapiens l’unico modo per sopravvivere come specie è iniziare una nuova era in cui gli spazi sono flessibili e non rigidamente destinati a urbanizzazione o a verde, in una dinamica alternanza di accampamenti provvisori e boschi che avanzano e indietreggiano. Devo informare il mio architetto. Per non farvi trovare impreparati dall'avvento della nuova era di nomadismo e transumanza vi consiglio di ripassare i post della serie Giovani Marmotte (#1 e #2).