Mi piace andare allo zoo. Soprattutto perchè ora si chiama bioparco, e significa che gli animali non sono chiusi in semplici gabbie ma accolti all'interno di piccoli ambienti naturali ricostruiti con cura e rispetto delle loro peculiarità. Lo spazio che hanno a disposizione non è per nulla esiguo: se prendiamo ad esempio gli orsi, beh, credo abbiano almeno cinquecento metri quadri comprensivi di piscina, cascate e boschetto per nascondersi alla vista dei visitatori, una condizione di vita decisamente migliore di quella di molti umani. Poche cose sono preziose quanto capire e continuare ad essere sbalorditi dalla complessità e dalla ricchezza biologica del mondo in cui viviamo, e lo zoo mi offre una meravigliosa occasione per insegnarlo alle mie figlie.
Non sono d'accordo con chi dice che gli animali qui soffrono perchè non sono liberi e non possono correre e cacciare come farebbero nel loro ambiente. Sofia l'elefante, Petronilla l'orango, i leoni, gli ippopotami, e la stragrande maggioranza degli animali sono nati all'interno di questi diciassette ettari inaugurati nel 1911. Non hanno mai conosciuto altro che questa comoda, sicura, routinaria e rassicurante esistenza nello zoo di Roma. E sono molto più utili alla nostra e alla loro specie rispetto a quanto possano essere i loro simili in libertà. Sofia ha quarant'anni: quante generazioni di bambini osservandola hanno imparato qualcosa sugli elefanti, sulla biodiversità, sulla grandezza e l'armonia della natura? Sofia ha fatto cultura, sicuramente più della maggior parte degli umani che conosco. Un bimbo che l'ha conosciuta ha un motivo in più degli altri per salvaguardare il mondo in cui temporaneamente alloggia, e più difficilmente da grande acquisterà un fermacarte di avorio, se gli si presenterà l'occasione. Sofia aiuta la sua specie e la nostra molto più di quanto potrebbe mai fare in libertà. Non mi pare poco.
Mia figlia V. ha sei anni e crede a Babbo Natale.
Fin qui nulla di strano, i bimbi credono a quello che i grandi raccontano loro, la capacità critica di analizzare i fatti senza lasciarsi influenzare dalla tradizione e dalle voci del popolo arriva solo dopo, se arriva. E poi credere a Babbo Natale è anche una buona spiegazione per alcuni fatti che non si riescono a spiegare altrimenti: chi porta tutti quei regali? Chi è quel signore grasso vestito di rosso che campeggia sui cartelloni pubblicitari? E, soprattutto, se ci credono tutti ci sarà un motivo, no? E quindi quella di Babbo Natale è una congettura accettata all’unanimità (perlomeno nel mondo dei bimbi).
La compagna di banco di mia figlia, E., qualche settimana fa ha cominciato a sollevare dei dubbi, ha individuato alcuni elementi che si scontrano con la congettura di Babbo Natale. Secondo lei è difficile portare in una sola notte regali a tutti i bimbi del mondo, i bimbi sono davvero tanti. E poi E. non si spiega come facciano le renne a volare, le ha viste allo zoo e le sono sembrate tutt’altro che leggére e sicuramente prive di ali. E. ha raccolto degli elementi che ritiene oggettivi e ha avanzato un’ipotesi alternativa a quella classica: lei crede che i regali vengano portati da zii, nonni e genitori, e che Babbo Natale (è dura da scrivere, ma riporto solo l’ipotesi di E.) non esista. E. ritiene che quest’ipotesi si adatti meglio ai fenomeni osservati, e renda superfluo ricorrere a sovvertimenti temporanei delle leggi di natura (estensione del tempo della notte di Natale e renne che volano). Se si postula la non esistenza di Babbo Natale, o perlomeno la sua estraneità alla consegna dei regali, tutto è più semplice. Non c’è nemmeno bisogno dell’efficiente quanto anacronistico servizio postale che permette la comunicazione dei desideri dei bimbi. Tutto fila liscio senza troppe complicazioni. Ad E. tutto questo sembrava lampante, almeno fino a ieri.
Ma purtroppo E. è rimasta sola. La congettura di Babbo Natale, sostenuta all’unanimità dal resto dei bimbi nonostante le ragionevoli obiezioni sollevate da E., è ancora il sistema di spiegazione della realtà universalmente accettato in classe. La piccola E. è stata all’inizio trattata con incredulità, poi è stata sbeffeggiata e infine anche isolata in qualche gioco. Ma E. è un animale sociale, e ne soffre.
Stamattina a colazione mia figlia V. mi ha detto che ora anche E. crede a Babbo Natale. Non è riuscita a rimanere sola per molto, vuole far parte del gruppo, vuole che gli altri la considerino una di loro.
A quelle condizioni forse avrei fatto lo stesso.