mercoledì 12 giugno 2013

Storia di panza e di sostanza

E' successo qualcosa, stasera.
Uno di quegli eventi che pare disorientare il sistema di valori al quale credevi di aver aggrappato la tua vita. O meglio. Che dimostra come il tuo sistema di valori non è l'unico ipotizzabile, che la lista delle priorità dipende da troppe variabili, dalla cultura, dalle esperienze, dai geni, dal ceto sociale, dal sesso, dall'età, dall'etnia.
L'evento è accaduto sulla metro, crocevia e amalgama di tutta quella roba che ho elencato qualche riga sopra, nonché microcosmo adatto a esperimenti con cavie umane. 

Alla fermata di Circo Massimo solite procedure di sbarco-imbarco: le porte si aprono, gente scende, gente sale, le porte si chiudono. Tra la fine della fase tre e l'inizio della quattro, una coppia di ragazze rom si accingono a salire a bordo, avranno 35 anni in due, la prima si infila dentro agilmente, la seconda è incinta di almeno otto mesi e prova a seguire la prima, ma la fase quattro è in pieno svolgimento, e le porte stanno già scorrendo sui propri binari. Ecco che la ragazza col pancione, avendo già mezzo corpo dentro (il pancione) e mezzo fuori (il resto) prova a opporsi alla pressione meccanica che le porte stanno già facendo sul feto e sul suo involucro aiutandosi con la forza delle proprie manine di sedicenne. 
Ora, io, nella mia decennale vita di pendolare metropolitano, quell'esperienza di oppormi alla fase quattro con le mie forze di maschio quarantenne per nulla flaccido, anzi, modestamente, in discreta forma, l'ho fatta talvolta, e vi comunico che non è roba da poco: non è sufficiente appoggiarsi dolcemente come alle porte dell'ascensore, qui c'è da fare forza, e parecchia. E lei ci riesce così, con la consistenza gommosa del feto che porta in grembo e con le proprie manine di sedicenne. Rischiando. Forte. (Il tutto dura talmente poco tempo da non dar modo a nessuno degli astanti, me compreso, di intervenire). E alla fine, quando sente le porte che cedono e con un cigolio si riaprono, semplicemente sorride, senza nessun ansia sul viso, come si sorride a una piccola vittoria per una qualunque scommessa come tante altre nella vita. 
Immagino capirete che questa scena ha lasciato il segno in un osservatore come il sottoscritto pennuto, che pone il benessere della prole all'incontrastato primo posto in una ipotetica scala dei valori fondamentali della vita. Ancora di più perché questo osservatore credeva di avere compreso che il fondamento della sopravvivenza della specie, ben cablato all'interno delle pieghe aminoacidiche di tutti gli esseri viventi, fosse proprio la tutela della prole, a qualunque costo.Forse esagero, e questa storiella è semplicemente esemplificativa dell'incoscienza di un particolare individuo, per di più nell'età adolescenziale, e non del minor valore che un'intera etnia dà a una vita che nasce rispetto ad altre (pensate che ci sono etnie che mettono in discussione pure la pillola del giorno dopo); né tantomeno è un segnale di come alcuni istinti di conservazione della specie stanno via via sparendo facendoci prevedere un breve futuro di edonismo senile.
Fatto sta che il disagio lo sento ancora attaccato addosso. 
Ecco, mi chiedo (e vi chiedo) se questa sgradevole sensazione nell'osservare un completo sovvertimento dei propri valori di base in un individuo ben collocabile all'interno di un gruppo diverso dal proprio non possa chiamarsi "razzismo".

18 commenti:

  1. Giusto ieri mi hanno raccontato questa scena: una famiglia cammina lungo la strada, molto poco trafficata, che attraversa un paesino di campagna. La bambina più piccola, di circa quattro anni, fa i capricci, si ferma e non vuole più camminare. I genitori la riprendono, ma la piccola, frignando, si impunta. I genitori, insieme alla figlia maggiore, proseguono. La narratrice (madre italica) prontamente interviene, soccorre la piccola e con lei raggiunge i genitori, che si sono parecchio allontanati: sono inglesi e per nulla preoccupati. Il mio commento (di padre italico) è stato "Inglesi? A be', per loro è normale". Ho dei pregiudizi culturali (istintivi, non razionali), ma credo di non averne di razziali. E credo neppure tu.

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  2. Chi è la donna spettrale dietro al vetro opaco? La vedo e me la faccio sotto

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  3. Comunque lei asserisce, nel primo paragrafo, di avere un sistema di valori che è influenzato da molte variabili, e ne elenca 7. Poi però, nel finale, si preoccupa di essere razzista, come se il suo sistema di valori fosse influenzato solo da uno di quegli elementi, l'etnia. Ebbene no, aveva ragione all'inizio, non è uno, sono molti, forse anche più di 7. (quindi oltre che razzista è anche sessista, genetista, culturista, vecchista...)

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    1. Immaginavo però, ne ero convinto, che in cima alla scala ci fosse la tutela della prole, e che questa cima fosse inamovibile per qualunque razza, età, sesso ecc.
      E' questo che mi ha disorientato.

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  4. e quindi l'influenza della diverse variabili è accettabile, ad esclusione di quella legata all'elemento etnico: questa rende infatti il Sig. Tacchino razzista, il che è per lui inammissibile. Pdb, lei è un critico severo, addirittura spietato.

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    1. Non so, entrambi avete concentrato la vostra attenzione sulla domanda finale. Ma io volevo portare la discussione sull'esistenza o meno di questo valore irrinunciabile, la sopravvivenza della specie attraverso la salvaguardia dei figli.
      Su questo sarete d'accordo, no?

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    2. Ho riletto. È vero che se io pongo una domanda, voi, almeno per gentilezza, rispondete.
      Ma è come se avessi detto:" io penso che il mondo sia da distruggere, e comincio ora. A proposito, quanti anni hai?"
      e voi aveste risposto: 40, ciao.

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    3. 43, ciao.

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    4. La sopravvivenza della specie attraverso la salvaguardia dei figli non è un valore universalmente irrinunciabile. Ho risposto?

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    5. Motivare please.

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    6. Bene. Per semplificare, diamo per assodato che la salvaguardia della prole sia un istinto naturale. Ma siamo esseri umani e quindi dobbiamo tenere presenti altri fattori: esperienze, ceto sociale, eventi storici, in una parola, sempre per semplificare, fattori culturali. Sappiamo che il comportamento nei confronti dei figli cambia a seconda delle epoche storiche, delle condizioni economiche, delle credenze religiose, dello stato di pace o di guerra e così via. I bambini nel corso della storia sono stati soppressi, sacrificati, abbandonati, sfruttati dai propri genitori senza che ciò fosse necessariamente ritenuto culturalmente o moralmente disdicevole. Quindi la sopravvivenza della specie attraverso la salvaguardia dei figli è un istinto naturale ma non è un valore universalmente irrinunciabile: infatti il termine "valore" non può essere disgiunto dal fattore culturale.

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    7. Ok. Quindi stiamo dicendo che l'essere umano, come specie, nelle sue decisioni non si affida al solo istinto della sopravvivenza di specie (guidati geneticamente) ma anche a un insieme di fattori non genetici che possiamo riassumere nella parola "cultura" (Dawkins direbbe "memi").
      Il problema è quando memi e geni entrano in contrasto. Accettabile quando succede per casi limitati (come dici tu, in guerra, in alcuni popoli ecc.), inaccettabile se coinvolge gran parte della popolozione, perché causerebbe l’estinzione in poche generazioni.
      Un po’ come l’omosessualità: bene se entro percentuali accettabili, male se il 100% della popolazione non si accoppia più in maniera eterosessuale.
      Diciamo che uccidere i propri figli o essere froci può essere un lusso di pochi.

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    8. Più semplicemente e senza esprimere alcuna valutazione (accettabile/inaccettabile, bene/male, "lusso di pochi"): è improbabile che tutti uccidano i propri figli e che tutti siano omosessuali.

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    9. Modifica accettata.

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    10. Come siete carini voi due, potete continuare così purché rientriate in un, diciamo, 10% della popolazione. :)

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  5. Si si, anche io sono molto razzista con le madri italiche. Degne fattrici di una progenie di molli e inetti senza spina dorsale. Quindi in realtà il sistema di valori è il medesimo. La mamma rom è convinta di fare del bene al bimbo preparandolo ad una vita difficile, un pò come a Sparta. La mamma italica lo protegge da tutto e lo fa diventare un finocchio.... ops... sarò mica omofobo??!!

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  6. Probsbilmente se la madre fosse stata italiana avresti pensato la stessa cosa. C'é poi da capire se la puetpera si sspettasse la chiusura della porta e abbia azzardato ugualmente. Certo é che io, pur non essendo ansiosa, sarei poi corsa a fare un'ecografia. 6 anni fa, poco più, me ne stavo sulla banchina ad aspettare il treno del ritorno. Ero in cinta di 7 mesi e un ragazzo passo correndo inseguito da due polizziotti. Non mi sfiorarono neppure ma per la prima volta ebbi paura di stare in stazione. Potevo rotolare sulla mia bambina. Certo, non ho sorriso, ma non svevo nemmeno l'oncoscienza dei sedici anni.

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