mercoledì 28 dicembre 2011

L'ultimo di Allen


- ti va di venire al cinema?
- dipende, che vorresti vedere?
- c'è l'ultimo di Woody Allen...
- non riesco a beccare un film decente di Allen da quasi vent'anni. Ogni volta provano a convincermi con la solita frase, ma io non ci casco più.
- dicono che questo sia diverso...

sabato 24 dicembre 2011

Perbacco che festa (reprise)

Spiegare una battuta o cercare di interpretarla è quanto di più antipatico e antiumoristico si possa immaginare, è l'ultima azione che qualsiasi intrattenitore possa permettersi, non si fa, mai! Quindi ci provo.
Due post più in basso (non vorrete mica un link per muovervi di due minuscoli post più in basso, no?) citavo la battuta di Gassman da Il Sorpasso. Poco fa, mentre lavavo i piatti, ci riflettevo. Il Vittorio nazionale esce da un impasse che potrebbe sembrare paralizzante (o almeno per me lo sarebbe stata, capirete, offendere una madre, qualcuno ucciderebbe per molto meno) con un repentino quanto impunito cambio di atteggiamento. Ora si chiamerebbe faccia tosta, nel film è semplice guasconeria, e la si perdona all'istante. La si perdona perchè si riconosce in quel dietrofront l'atteggiamento tipicamente gradasso dell'italico boom economico, quando si pensava di avere il mondo in tasca e il futuro a disposizione, e si credeva bastasse una frase malandrina ben piazzata per risolvere le questioni più spinose o imbarazzanti. E questo carattere sbruffone ma simpatico ci veniva riconosciuto nel mondo. Non è il meschino voltafaccia al quale siamo stati abituati negli anni del berlusconismo, o la paraculaggine degli yuppies anni 80, ma ne è l'embrione non ancora patologico. Nel film è una gradevole spacconata, una battuta al fulmicotone, ma poi, con il tempo, diventerà arroganza e prepotenza.
Ecco come si rovina un popolo. (E una battuta).

giovedì 22 dicembre 2011

Siete medici o caporali?

Neanch’io, come il ciclofrenico, ho fiducia nei medici. Credo nel processo scientifico con cui vengono raggiunti risultati in campo medico, questo sì. Ma da qui a dire che i medici siano scienziati, beh, ce ne vuole.
Innanzitutto la medicina è una di quelle discipline che hanno il non trascurabile intoppo di confrontarsi con un oggetto di studio che è un fenomeno complesso. Anzi, il fenomeno complesso: l’essere umano. Come ho già accennato altrove, ci sono campi scientifici dai risultati sicuri, lineari, prevedibili, come la meccanica newtoniana o la geometria euclidea; e ci sono altre discipline che analizzano fenomeni complessi, e devono rinunciare alla linearità e alla sicurezza dei risultati che a torto si crede debbano essere proprie delle scienze, accontentandosi invece di conclusioni basate su metodi statistici, quindi non applicabili con certezza al singolo caso. E in questa categoria ricadono la biologia, l’economia, la demografia, la dinamica dei gas, e sicuramente tutte le discipline mediche.
Quindi la medicina come disciplina ha principi corretti, ma poi applicarli all’uomo è molto difficile. Ed è a questo che dovrebbero servire i medici.
A quanto pare ce ne sono di due categorie: quelli che davvero hanno capito l’essenza del loro mestiere e con intuito ed esperienza riescono ad ottenere risultati ottimi su singoli casi clinici; e poi i caporali, quelli che io chiamo gli impiegati della medicina, che hanno studiato bene la lezione e la eseguono in maniera pedissequa e indiscriminata, senza porsi dubbi, senza passione, senza studio del singolo caso, stando solo attenti ad applicare con cura il protocollo per evitare problemi. I medici in cui mi sono imbattuto finora appartengono tutti al secondo gruppo.
Ad esempio il mio dentista. Quattro giorni fa mi ha devitalizzato un molare. Dopo l’interventino, fatto in verità a regola d'arte, con strumenti asettici, spruzzi continui di disinfettante, aghi monouso, e con tutte le cure del caso, bello bello mi prescrive una megacura a base di antibiotici e antinfiammatori, che sarebbe stata sufficiente per una ferita da Kalashnikov nella giungla vietnamita. Così se ci si gonfia siamo già coperti, mi dice. A parte che si gonfia a me e sarei io eventualmente ad essere coperto, e il plurale empatico/paternalistico te lo puoi ficcare in cantina.
E poi che significa? Che vuoi stare al sicuro? Come a dire, tu rimpinzati di farmaci come un cavallo, così domani non mi disturbi all’ora di cena dicendo che hai bua al dentino. E’ un po’ come se il funzionario di banca con il quale ho stipulato un mutuo mi dicesse: ok, cominciamo a versare gli interessi di mora, così se fra qualche mese sarà in ritardo con il pagamento, siamo già coperti. Il funzionario non lo fa. Sta a vedere che le banche sono più oneste dei dentisti.
Il concetto è: prima mi si gonfia il dente, poi prendo gli antibiotici; prima ho un ritardo nei pagamenti, poi verso gli interessi di mora. Vogliamo capovogere il processo logico solo per far cenare tranquillo il dentista? Pensateci, la prossima volta che vi prescrivono la profilassi antimalarica per andare in vacanza a Malaga.

PS: non ho preso nulla. Il dente sta benone e il dentista ha cenato in pace. Doppio risultato con il minimo sforzo, solo buon senso.

mercoledì 21 dicembre 2011

Perbacco che festa

L’altro giorno, mentre mi recavo ad una festa per bimbi in versione serale (queste feste di settenni con ammessi genitori somigliano sempre più a riunioni tra quarantenni con ammessi bambini, in cui l'unico obiettivo è zittire i marmocchi affidandoli ad animatori prezzolati per avere modo di chiacchiericciare più agevolmente dell’ultimo derby o dei saldi di stagione) l'altro giorno, dicevo, ascoltavo su Radiodue uno dei soliti sondaggi. Stavolta i due conduttori chiedevano quale fosse la battuta più memorabile tratta da un film. C’era chi citava C’era una volta in America di Leone, quando Dominic, colpito a morte in uno scontro tra gang, mormora Noodles, sono inciampato…, chi ricordava una frase da Arancia Meccanica altrettanto memorabile, ma che ora non ricordo (non era memorabile?). Io avrei citato una battuta di Gassman ne Il Sorpasso. Provo ad andare a memoria:
Gassman (rivolto a Trintignan e con una pesante cadenza romana): …e chi è ‘sta cicciona?
Trintignan: Mia madre
Gassman (stavolta in perfetto italiano e con la voce più impostata): Perbacco! Bella donna!

martedì 20 dicembre 2011

Tacchino per primo

Mi dicono che ieri Tremonti, durante una intervista a In 1/2 Ora, abbia annunciato una sua proposta di modifica costituzionale: dare due schede elettorali a chi ha meno di 40 anni, in modo che abbia doppio peso nel voto. Sappiate che l'umile Taccuino 22 ci era arrivato prima, sebbene proponendo un algoritmo un tantino più complesso. Non voglio arrivare a pensare che Tremonti non legga questo blog, quindi si tratta di un palese caso di plagio.
Ok, Giulio, fa pure, se si tratta di dare spazioaiggiovani, ma perlomeno ringrazia...

giovedì 15 dicembre 2011

Bentornato Corrado

Ieri mi è capitato di imbattermi nell’ultimo spettacolo di Corrado Guzzanti, Recital, trasmesso su Cielo e disponibile anche in streaming sul web (cercatevelo da soli, non posso mica mettervi un link per tutto…).
Confesso di non averlo visto per intero, ma mi pare di aver individuato nella religione il filo conduttore di tutti gli sketch: temi che sembrano fuori luogo in un varietà comico, come l’acronismo dei dogmi, le rigidità di alcune posizioni, o addirittura il senso ultimo della vita, sono trattati in modo pungente ma mai volgare. Lo consiglio vivamente, i personaggi sono spassosi e i testi molto intelligenti.
Chiudo questa breve segnalazione con una battuta di Padre Pizzarro (uno degli innumerevoli personaggi di Guzzanti) che a mio parere riassume a meraviglia la posizione dell’intero Recital:
Intervistatrice: ma allora qual è il senso della vita, qual è il suo fine?
Padre Pizzarro: Il senso della vita è la vita, il fine della vita è la fine.
Punto.

martedì 13 dicembre 2011

The Tube e la topologia

La prima cosa che noti di Londra è il suo sistema circolatorio, le sue vene sotterranee, The Tube, la metropolitana, insomma.
E’ un vero e proprio monumento, il primo e l’ultimo che visiti, l’unico ancora vivo e pulsante nonostante un secolo e mezzo di età. La simbiosi tra la città e la sua Underground è un circolo virtuoso. L’efficienza londinese dipende totalmente dai suoi collegamenti sotterranei, e The Tube dipende in gran parte dall’efficienza e dal senso del dovere di chi ci lavora, unito a quell’orgoglio tipicamente inglese per le cose fatte bene. Quest’orgoglio è testimoniato ogni dieci minuti dagli annunci che danno gli altoparlanti: good service on all London Underground lines. Come a dire, tutto sotto controllo, tranquilli, che a voi ci pensiamo noi. Un messaggio che dà sicurezza, niente da dire. Sembra che i lavoratori della Underground abbiano scoperto una delle regole più semplici ed efficaci della vita: ognuno qui fa il proprio dovere, senza eccedere ma senza alcuna impressione di svogliatezza. Fare il proprio lavoro, niente di più ma anche, e soprattutto, niente di meno. Il confine tra una cosa fatta bene e una cosa fatta e basta è labile ma cruciale, e divide la qualità dalla sua assenza. E la qualità qui si percepisce anche nella mappa distribuita gratuitamente in tutte le stazioni.

La mappa della metro di Londra è diventata un simbolo, un marchio utilizzato un po’ dovunque: oltre che nelle stazioni la trovi anche sulle tazze, sulle magliette, sui ciondoli da turisti. E’ un riuscitissimo caso di applicazione della topologia a un caso concreto. La mappa fu ideata nel lontano 1931 da Henry Beck, un disegnatore di 29 anni dipendente della Trasport for London, ed è ad oggi uno degli esempi più riusciti e imitati nel mondo per efficacia del messaggio e per gradevolezza dell'effetto finale. E’ alquanto anomala come mappa in quanto non è assolutamente accurata nel senso comune del termine: le distanze sono tutte sbagliate, i tracciati sono ipersemplificati, i tratti rappresentati come retti non sono così nella realtà, le curve e le deviazioni sono annullate (sono utilizzate solo solo linee orizzontali, verticali o inclinate di 45°), spesso sono errate anche le direzioni e una tratta nord/sud potrebbe essere disegnata come est/ovest. Ma, nonostante ciò, rimane una delle mappe meglio comprensibili che mi siano finite in tasca.
Il trucco si nasconde dietro tre semplici regole topologiche:
·    le stazioni facenti parte di una stessa linea sono rappresentate su uno stesso tracciato anche sul disegno, e l'ordine delle stazioni è rispettato
·    sono rispettati i punti di intersezione delle linee (i nodi)
·    le stazioni rappresentate a nord del Tamigi sono davvero a nord del Tamigi (e quelle rappresentate a sud sono a sud)*
Queste piccole regole (soprattutto le prime due) rispondono a tutto ciò di cui il viaggiatore underground ha bisogno: dove salire, quale linea e direzione prendere, dove cambiare linea, dove scendere. Il resto (distanza tra le stazioni, lunghezza dei percorsi, direzione delle linee) è superfluo e la sua rappresentazione rimane a totale discrezione del disegnatore, che deve rispondere solo ad esigenze di chiarezza espositiva e di gradevolezza visiva. E il risultato è ben visibile.
La foto in alto è la mappa nella versione topologica di Beck, quella qui a fianco è invece in versione "tradizionale" e risale al 1908. Si notano subito nella mappa tradizionale vaste aree inutilizzate (le aree periferiche) a fronte di altre densamente popolate di stazioni (le aree centrali) con ovvi problemi di lettura e di maneggevolezza. In confronto la versione Beckiana è un capolavoro di equilibrio. I londinesi lo sanno, ed è per questo che la mettono sulle tazze da thé.
See you soon.


(* cfr K. Devlin, "I problemi del millennio"; immagini da Wikipedia)

martedì 6 dicembre 2011

Simulazioni

Se fossi in voi passerei qualche decina di minuti su queste interessanti simulazioni di fenomeni astronomici e fisici.
Ma siete anche liberi di non farlo.

lunedì 5 dicembre 2011

Diario di una domenica qualunque


Pioggia e schiarite, 12° e vento leggero di libeccio, 67.2 kg.

Paese sull'orlo del baratro ma ottimismo nell'aria. Il premier rinuncia allo stipendio, il ministro del welfare si commuove mentre chiede sacrifici sulle pensioni e io riesco finalmente a sostituire lo stop al motorino.

Le targhe alterne hanno scombussolato i piani dei romani, ma va bene così se si tratta di far qualcosa per l’aria che respiriamo. Oggi cerco fiducioso nei siti istituzionali, ma niente dati sull’operazione. Ha funzionato? Quante auto in meno hanno circolato? L’aria è migliorata? E’ un’iniziativa efficace o serve solo a sostenere la domanda di auto Euro 5? Un alone di mistero copre tutto.

Per uccidere la noia porto tutta la famiglia alla festa di un settenne. Animazione quantomeno peculiare, basata esclusivamente su scariche di testosterone: giochi che esaltano la fisicità, bastonate e schivate, urla e gol, sudore e capitomboli, maschi abbracci e pacche sulle spalle. Le femmine si devono accontentare di osservare la battaglia dal bordo arena.

Intercetto brandelli di conversazione.
-Come va?
-Insomma, ho avuto un mal di pancia con scacozzo che mi ha incollato al cesso per ventiquattr'ore.
-E come ti è venuto?
-Mah, sarà stato un colpo di freddo alla pancia.
Un colpo di freddo. Alla pancia. Io sull'enciclopedia medica questo disturbo non l'ho mica trovato. Eppure ho cercato bene, sia sotto la c che sotto la f, ma niente da fare. Comunque conviene stare riguardati, che il colpo di freddo, nonostante la sua scarsa popolarità nelle pubblicazioni di settore, è sempre in agguato.

giovedì 1 dicembre 2011

Splinder - Ultimo atto

Ci sono degli esseri verso cui provi odio. Li disintegreresti, li annulleresti, vorresti cancellarli insieme alla memoria delle loro gesta, in modo che nessuno ne senta più parlare, né sappia che sono mai esistiti. A volte questi esseri sono persone, altre volte sono entità astratte, luoghi virtuali.
Io odio Splinder.
Vorrei non averlo mai conosciuto. Vorrei cancellare quel giorno in cui, leggendo un blog che mi pareva ben fatto, ebbi un’ispirazione e mi ritrovai a dirmi: perché non provi a scrivere qualche cacchiata anche tu? Sì, quelle stupidaggini che ogni tanto ti passano per la testa e che scribacchi su foglietti volanti. Ok, ma come farlo? Fu proprio allora che, senza troppo sforzo, notai una piccola e invitante scritta azzurra in alto a destra della schermata che stavo visualizzando, che diceva più o meno: apri un blog con noi, è facilissimo.
E io, sventurato, risposi.
Cominciò così un periodo stimolante ma amaro. Stimolante perché avevo l’occasione di dare un’apparenza più o meno ordinata a qualche piccola idea, buttandola giù in una veste tipografica dignitosa e non sul solito quadratino di carta igienica; come sovrappiù, chi fosse passato da quelle parti e le avesse lette, avrebbe potuto reagire ad esse in qualche modo, e questo mi spingeva a fare del mio meglio. Amaro perché tutto questo lo facevo sulla peggior piattaforma blog che abbia visto la luce sul nostro pianeta, una vera cagata assurta a livello di software.
Qualcuno (uno) dei miei lettori dopo poco ha provato a farmi desistere e a farmi cambiare piattaforma: fallo finchè sei in tempo, diceva quel saggio, ed io ma no, ho già pubblicato quattordici (14!!!) post, è un’attività ben avviata, il mio indirizzo lo conoscono già in quattro, forse cinque te compreso, non mi va di buttare tutto all’aria.
Poi, qualche settimana fa, ho dovuto farlo per forza, visto che quel cesso di Splinder avrebbe presto chiuso i battenti, e ormai se ne parlava ovunque nel mondo degli scrittori da carta igienica. E visto che quella merda di Splinder è l’unica (l’unica!!!) piattaforma per blog che non permette l’esportazione dei contenuti, allora ho preso i post e i relativi commenti uno per uno e li ho copiati sul nuovo blog. Una fatica immane, i commenti tutti appiccicati tra loro, le date un po’ a cacchio, ma poco importa se il risultato è liberarsi da quella palude di melma informe.
Infine, ed è storia dei giorni nostri, proprio di ieri, mi è arrivata una mail. Diceva più o meno: Cari bloggers, Splinder chiude. Ma, nella sua magnanimità, ti offre lo strumento per non perdere il tuo blog. Potrai trasferirlo altrove con le date giuste e con tutti i commenti. Inoltre ti dà la possibilità di reindirizzare le visite al tuo nuovo blog.
Soprassediamo sul fatto che il blog l’ho scritto io, che i contenuti mi appartengono e che quindi la possibilità di trasferirlo me l’avresti dovuta dare da sempre, brutto stronzo, e che non è così che si trattengono i clienti, legandoli al bancone. Ok, mi son detto, calma, forse ho la possibilità di fare le cose con più ordine. Potrei approfittarne per rimettere tutte le cose a posto, date e commenti, pazienza per la fatica che ho perso a farlo a mano con mediocri risultati appena quindici giorni fa.
Ma anche nell’ultima fase della sua vita Splinder si è confermato quello che era: un agglomerato informe di materia fecale. L’export non funziona, dà come risultato un file che non è salvabile in locale. Eppoi non ci sono i commenti. Eppoi le date sono sballate. Eppoi i post non ci sono tutti, ne mancano almeno una decina.
Allora ho pensato, bene, rimaniamo calmi, non faccio l’esportazione, mi accontento del lavoro di copia incolla fatto a mano. Ora però sfrutto questa figata del reindirizzamento.
Provo.
Riprovo.
Ririprovo.
Non funziona neanche quello.
L’apoteosi della cessità totale, l’acme della schifezza, la vetta delle monnezze.
Questo è stato Splinder.

mercoledì 30 novembre 2011

Un tacchino evoluzionista

Ho appena letto l’ultimo articolo di Amedeo Balbi sul Post. Ne riporto la prima parte:
la scienza ha un metodo: anzi, si potrebbe dire che la scienza è un metodo. Un metodo che usa l’esperimento e l’osservazione per mettere alla prova ipotesi e affermazioni sulla realtà, ipotesi e affermazioni che a loro volta devono essere formulate in modo da poter essere sottoposte al vaglio dell’esperimento. La scienza è una formidabile, efficacissima macchina per selezionare, tra tutti i pensieri che il nostro cervello può produrre a proposito del mondo, quelli che hanno la maggiore aderenza con la realtà”.
Verissimo. Universale.
Scorgo un meccanismo che riprende esattamente un altro processo basilare, l’evoluzione biologica. E va bene, rompo sempre le scatole con ‘sta cosa del darwinismo. Ma c’è poco da fare, la scoperta dell’algoritmo evolutivo è una delle più grandi conquiste teoriche dell’umanità, ed è il processo fondamentale di tutte le attività biologiche. E la scienza intesa come metodo cui fa riferimento Balbi (che poi sia la fisica o l’astronomia, la geologia o la chimica, poco importa) è sempre un’attività biologica, nel senso che è fatta da uomini, e come tale deve sottostare alle leggi valide per la biologia.
Mi spiego meglio: il metodo scientifico funziona esattamente come dice Balbi, osservazione, ipotesi, esperimento, controllo dell’ipotesi, conclusioni. C’è una selezione delle ipotesi in base al loro grado di rispecchiare la realtà. Il metodo funziona, e guarda caso è lo stesso metodo che adotta la natura da centinaia di milioni di anni nel fare le sue scelte in materia di vita.
Gli elementi imprescindibili perché ci sia evoluzione biologica sono tre:
·         Mutazione (se non c’è mutazione le specie non si possono evolvere, rimangono statiche).
·         Selezione (gli individui con le mutazioni favorevoli sopravvivono all’ambiente meglio degli altri).
·         Ereditarietà (gli individui sopravvissuti trasmettono alla progenie le proprie mutazioni).
Nella scienza come metodo di scelta questi tre passi si traducono in:
·         Mutazione: proposta di ipotesi differenti per la spiegazione di un fenomeno.
·         Selezione: le ipotesi vengono filtrate tramite esperimenti, quelle che hanno successo e superano le prove a cui sono (artificialmente) sottoposte, sopravvivono.
·         Ereditarietà: le ipotesi che hanno passato il vaglio degli esperimenti diventano patrimonio della prossima generazione di ipotesi, che verranno costruite a partire da quelle.
Non so, forse il parallelismo tra il metodo scientifico e la selezione darwiniana è banale, già traspariva dal post di Balbi e non c’era bisogno di sottolinearlo. O, al contrario, è fin troppo azzardato. Ma questo blog serve anche a questo, a proporvi angolazioni diverse aspettando le vostre considerazioni. Non vi accalcate.

martedì 29 novembre 2011

Due vantaggi di Roma

Primo: la mia mania di annotare le condizioni meteo del giorno, oltre ad essere fonte di scherno da parte vostra e di preoccupazione per mia moglie, è anche una miniera di dati oggettivi. Posso ad esempio assicurarvi che a Roma dal 27 novembre 2010 ad oggi, ossia per trecentosessantacinque giorni tondi tondi (beh, non così tondi nel sistema decimale, ma moooolto tondi nel sistema solare) i giorni di pioggia sono stati in tutto diciannove, appena il cinque per cento, e nonostante il governo. Non mi pare un vantaggio trascurabile.

Secondo: sabato, per occupare una mezz'oretta nell'attesa che il resto della famiglia uscisse dal cinema, mi sono infilato dentro la chiesa di Santa Maria del Popolo e mi sono spizzato i Punturicchio e il Caravaggio messi lì a disposizione di tutti (a proposito, non c'è confronto, la Crocifissione di San Pietro del Merisi a tutti gli affreschi di quel tappo del Pinturicchio gli dà mille lunghezze in fatto di luce e presenza e fisicità). E nemmeno questa è roba da poco.

(foto da Wikipedia)

lunedì 28 novembre 2011

La risposta a tutto

Si, lo so, il blog di Astutillo l'ho segnalato innumerevoli volte, ho messo anche un link permanente proprio qui a destra, ma non c'è niente da fare: quando leggo cose come questa, devo assolutamente offrire il mio umile taccuino come sponda perchè l'opera dell'eccelso rimbalzi ancora di più nell'etere del web.

sabato 26 novembre 2011

Navigare nel denaro

Ho passato la prima mezzora della mattinata a navigare su questa singola pagina http://xkcd.com/980/
Per apprezzare è necessario entrare nell'immagine e ingrandire.
Istruttivo.

venerdì 25 novembre 2011

QdImA

Alla fine cos’è un blog, se non la versione moderna del taccuino. Soprattutto questo blog, che ne porta anche il nome. Certo, il Web Log è pubblico, ma questo dipende dalla ambizione di visibilità insita in ognuno di noi, supportata e indotta a esplicitarsi dalle moderne tecnologie. L’alternativa fuori rete sarebbe quella di fotocopiare le pagine del proprio moleskine e distribuirle al semaforo di piazza Barberini, ma è meno comodo.
Oggi voglio riportare il blog alla sua essenza, una pagina di appunti personali, un miscuglio tra l’agenda (cose da fare, stato preventivo) e il diario (cose fatte, stato consuntivo). Certo, per voi non sarà un piacere leggerlo, ma io devo potermi scrivere qualcosa, no? Potrò scegliere di consegnare all’eternità dell’informazione digitale uno spaccato della mia pallosa vita? E allora lo faccio.

Meteo: 8°, sereno, vento debole da grecale
Forma: 67,2 kg, run 56 min, ca. 12km, andatura media
Comprare: pelati, carta igienica, crackers
Mat: videoconf. con L., trattenere il vomito
Pom: piscina bimbe, trattenere G. dal tuffarsi senza braccioli
Sera: cena da T., trattenere bestemmie


Approfondimento del giorno: Scarpe running 2011
·         Brooks Glycerin: molto silenziose, un po' lunghe, fanno FFF-FFF
·         Asics Cumulus: molto sostenenti, un po' rigide, fanno TAC-TAC
·         Nike Vomero: molto comode, un po' fluffose, fanno PLOK-PLOK

Blog: scrivere qualcosa di inutile ma autoreferenziale

giovedì 24 novembre 2011

Default Splinder

Pare che tra pochi giorni noi poveri transfughi di Splinder riusciremo a recuperare tutto il materiale dei nostri vecchi e sudati blog, comprensivi di commenti e date originali.
Speriamo.
Perlomeno Splinder si è degnata di pubblicare notizie sul suo destino, anche se ormai la rete aveva già provveduto con le sue doti autopoietiche alla diffusione di informazioni e azioni a riguardo (fuga in massa, dritte su export, plug in, ecc.)

Sul sito di Splinder oggi c'è scritto (in caratteri più piccoli di quanto meriterebbe):


Avviso per gli utenti
ATTENZIONE!
A partire dal 31 Gennaio 2012 il servizio Splinder verrà dismesso.
A breve verrà inviata una comunicazione con le indicazioni da seguire per recuperare tutti i contenuti dei blog ospitati. Sarà inoltre possibile attivare un redirect su un nuovo indirizzo web.

Buona fortuna a tutti.

mercoledì 23 novembre 2011

Lo stomaco di Darwin

Leggere biografie è sempre stato un esercizio ammaliante: buttarsi a capofitto in un’epoca spesso distante dalla propria scoprendone lati della vita quotidiana, contesti storici, modi di pensare tipici del tempo è già affascinante. Ma farlo accompagnati dalle vicende e dai pensieri di personaggi eccezionali, pionieri in grado di cambiare una volta per tutte la storia, è semplicemente impagabile. E uno degli uomini che ha avuto più influenza nella storia della cultura umana è stato senz’altro Charles Darwin.
Nella primavera del 1838 lo troviamo alle prese con i suoi dilemmi morali. Stava man mano entrando nel vivo della formulazione della sua rivoluzionaria teoria evoluzionistica (anche se più che di teoria dovremmo parlare di legge) ma si stava accorgendo che le sue considerazioni, una volta diffuse, avrebbero minato alle fondamenta tutta la visione filosofica dell’epoca. Questa consapevolezza gli dava ansia, dolori allo stomaco, tachicardie improvvise. Era costretto a passare le giornate chiuso nel suo appartamento londinese a rimuginare in segreto sui dati raccolti nel corso del suo viaggio intorno al mondo, sulle lunghe discussioni con gli allevatori inglesi, sulle teorie evoluzionistiche già proposte da altri studiosi negli anni precedenti; mentre nei suoi rari appuntamenti mondani, nei salotti culturali e nelle stanze accademiche doveva celare tutte le sue scoperte e le sue idee dietro un atteggiamento di pacato allineamento alle convinzioni dominanti del suo tempo: creazionismo, dualismo spirito/materia, centralità della specie umana all’interno del creato, superiorità della cultura europea.
Dentro di sé però percorreva nuovi sentieri: con i caratteri fitti con cui riempiva il suo “Taccuino C” Darwin osava geniali salti teorici che si sarebbero rivelati inconfutabili dopo decenni ma che allora poteva confessare solo a se stesso: “E’ difficile immaginare il pensiero se non come struttura del cervello (…) L’amore per la divinità è un effetto dell’organizzazione”. Stava cominciando a essere consapevole della vita organica come riducibile esclusivamente a elementi essenziali capaci di autoorganizzazione ed evoluzione. Una catena ininterrotta di generazioni con individui sempre più complessi. Ma se gli atomi della materia vivente avevano il potere di autosvilupparsi, allora non c’era più spazio per l’influenza divina.
Inoltre si conviceva sempre più che lo spirito e il pensiero non erano altro che un prodotto della materia vivente: una secrezione del cervello. Pertanto gli istinti e le caratteristiche mentali di base, in quanto prodotto dell’organizzazione neurale, potevano essere ereditate come un qualsiasi altro carattere fisico. Aveva oltrepassato la dicotomia tra spirito e materia e la aveva sintetizzata in una visione materialistica ed evoluzionistica.
Una volta presa questa strada diventava possibile anche intuire la selezione, generazione dopo generazione, di alcuni schemi mentali che sembrano infusi da entità trascendentali. Stava avvicinandosi a ipotizzare quella che poi Richard Dawkins avrebbe definito “trasmissione memica”, ossia la diffusione, tramite comunicazione ed educazione, di schemi mentali e culturali sottoposti a selezione naturale, primo tra tutti il sentimento religioso. Se l’idea di Dio fosse stata impiantata trascendentalmente nella mente degli uomini, allora dovrebbe essere presente in tutte le popolazioni. Ma i suoi viaggi gli avevano insegnato che in alcuni popoli l’idea di divinità intesa alla maniera occidentale non era nemmeno presa in considerazione. L’unica spiegazione era che quell’idea fosse anch’essa un prodotto dell’evoluzione, come la pelle scura o la resistenza al freddo. Ma come poteva sperare di ottenere una cattedra a Cambridge, roccaforte dell'autorità anglicana, con idee del genere? E il dolore allo stomaco aumentava.

martedì 22 novembre 2011

Segnalazione con richiesta feedback

Stasera ho scovato questo. E voi?

Precisione approssimata

È da qualche mese che ho al polso un orologio automatico russo, un Vostok pagato poche decine di euro, di quelli massicci e tutti di metallo. Porta quattro minuti di ritardo a settimana. Il venerdì lo metto due minuti avanti rispetto all'ora effettiva, il sabato è ancora un po' avanti, da domenica a martedì è sostanzialmente preciso, al mercoledì e al giovedì comincia a perdere un minuto o poco più, fino al venerdì, quando ha un ritardo di due minuti, e io lo porto di nuovo avanti di quattro, esattamente due minuti avanti rispetto all'ora effettiva, e si ricomincia.
Trovo affascinante, in piena era web digital global atomica, dover compensare l'ora che leggo con un parametro variabile, che nel mio caso dipende dal giorno della settimana: mi sembra di essere un marinaio che compensa la lettura della bussola di bordo per eliminare gli effetti dell'influenza dei campi magnetici, o un astronomo che nelle sue misurazioni deve tener conto della deviazione della luce. Certo, un orologio digitale sarebbe più affidabile, ma il mio cipollone perlomeno mi dà l'illusione del controllo, conosco i suoi limiti e li trovo compatibili con le mie esigenze: una precisione approssimata.

lunedì 21 novembre 2011

Segnalazione autunnale

Voglio segnalarvi questo post: non è recentissimo ma l'ho scoperto solo ieri, e merita davvero. Come l'intero blog di Mr. Palomar, del resto.

sabato 19 novembre 2011

Bella la vita

Mia figlia adora Toy Story 3, quel cartone Pixar dove per qualche strana legge non scritta i giocattoli non possono mostrare agli umani la loro capacità di parlare e muoversi, pensare e agire di conseguenza, insomma di vivere.
La prima volta che insieme a lei ho visto il finale mi sono ritrovato con due lacrimoni che mi colavano sugli zigomi, e me stesso alla ricerca un diversivo per non farmi sorprendere, si sa che i papà non piangono. E ieri è successo di nuovo. Stavolta mi sono nascosto in cucina con la scusa di fare il caffé.
Mi repelle questa cosa che con la vecchiaia si diventa sempre più simili a lastre di vetro, rigidi e fragili. Rigidi verso ciò che si accettava con tolleranza da giovani, e fragili, non sensibili, ma fragili, per le idiozie strappalacrime.
Mi sono sentito già come uno sbavoso vegliardo in carrozzella che non controlla più nè lacrime nè piscio. Bella la vita che mi attende.

giovedì 17 novembre 2011

Sull'utilità della matematica

Negli ultimi giorni si sono susseguiti, su alcuni blog che seguo, una serie di post sull'utilità o meno delle scienze, matematica e fisica in primis. Voglio anch'io dire qualcosa. E lo faccio con un paio di citazioni. 

Prima citazione.
"Uno dei più grandi misteri dell'Universo è il fatto che non sia un mistero. Siamo in grado di comprendere e prevedere il suo funzionamento a tal punto che se un uomo del medioevo si trovasse a vivere tra noi si convincerebbe che siamo dei maghi. Il motivo per cui siamo stati così bravi a sciogliere l'enigma dell'Universo è che abbiamo scoperto la lingua nella quale il Libro della Natura sembra essere scritto. Questo linguaggio, come ha sostenuto con fervore Galileo più di trecento anni fa, è quello della matematica." (John D. Barrow, Perchè il mondo è matematico)

Seconda citazione.
Tempo fa avevo pubblicato alcune righe che mi sembra descrivino un buon esempio di utilizzo concreto di quello che è considerato il più inutile dei rami della matematica: la teoria dei numeri. Sono sicuro che il link precedente non lo ha aperto nessuno (io nemmeno li apro mai i link), quindi vi ripropongo quelle righe qui sotto, tali e quali. (Sì lo so, finisco per citare me stesso e non è elegante; ma mi sono informato, posso farlo e non sono nemmeno il primo, quindi niente polemiche). Pertanto, seconda citazione.
"Mettiamo che A volesse mandare un messaggio B essendo sicuro che solo B potrà leggerlo, nessun altro.
Metodo classico.
A scrive il suo messaggio segreto su un biglietto, lo mette in una scatola di ferro e chiude il tutto con un lucchetto di cui solo lui ha la chiave; poi spedisce la scatola a B. Quest'ultimo, una volta ricevuto lo scrigno, aggiunge alla serratura della scatola un secondo lucchetto, di cui solo lui ha la chiave, e rimanda ad A la scatola chiusa con i due lucchetti. A aspetta la consegna della scatola, toglie il suo lucchetto e rimanda di nuovo la scatola a B che può aprire il suo lucchetto con la chiave in suo possesso e finalmente leggere il biglietto. Nessuno dei due ha mai utilizzato la chiave dell'altro.

Metodo moderno.
Premessa 1: il teorema fondamentale dell'aritmetica afferma che ogni numero e scomponibile nel prodotto di due o più numeri primi.
Premessa 2: è molto facile per un calcolatore moltiplicare due o più numeri, anche se di parecchie cifre. E' invece molto più difficile scomporre un numero molto grande in fattori primi. Moltiplicare due numeri di cento cifre e ottenerne uno di duecento per un computer è immediato, mentre per l'operazione inversa (trovare quali sono i due numeri primi che moltiplicati danno come prodotto quel particolare numero di duecento cifre) un potentissimo computer potrebbe impiegare secoli.

Se A vuole mandare un messaggio segreto a B deve innanzitutto trasformarlo in un numero a parecchie cifre, chiamiamolo N; poi deve moltiplicarlo per un suo personale numero primo M (anche questo più grande è, meglio è); il prodotto N*M lo manda a B; costui riceve N*M e lo moltiplica per un suo personale (e grande) numero primo T, ottenendo N*M*T, e restituisce il risultato ad A. A divide N*M*T per il suo numero segreto M (lo stesso utilizzato prima), ottiene N*T e lo comunica a B, che a questo punto non fa altro che dividere N*T per il suo numero segreto T e ottiene N, che è il messaggio. Se qualche malintenzionato nel frattempo intercetta il messaggio e vuole ottenere N partendo da N*M, o da N*T o peggio da N*M*T, si scontra inevitabilmente con le difficoltà esposte nella Premessa 2.
Semplice e geniale. E' proprio quest'ultimo il metodo utilizzato oggigiorno in parecchi sistemi di crittografia, ad esempio per rendere sicuro l'utilizzo delle carte di credito sui siti di e-commerce, alla faccia di chi continua a dire che la matematica pura e la teoria dei numeri non hanno applicazioni concrete.
Ora vado, devo cercare un numero primo bello grosso e ficcarci sotto il mio libretto postale."

martedì 15 novembre 2011

Keynes contro Sting

Ricordo una frase che risale ai tempi dei miei studi in economia, era di John Maynard Keynes ed era riferita alla cattiva capacità predittiva a lungo termine di alcuni modelli macroeconomici. Il grande economista inglese amava dire nel lungo periodo saremo tutti morti. Ho sempre pensato che quelle parole potessero essere utilizzate da qualcuno in maniera fuorviante per sottintendere un innato scarso interesse verso gli effetti remoti di una decisione economica attuale. Come a dire, prendo la decisione in base agli effetti che voglio produrre a breve termine, per quanto riguarda il lontano futuro è difficile capirci qualcosa e nemmeno tanto utile, visto che l'orizzonte degli eventi di chi prende la decisione è al meglio di poche decine di anni. Percepisco un nefasto presagio nascosto dietro quest’atteggiamento, una pericolsa minaccia per il destino delle umane genti, non tanto per l'incapacità tecnica di prendere decisioni che abbiano una sostenibilità futura, quanto piuttosto per l'ipotizzata inutilità a farlo, vista l'assenza di un incentivo, di un legame con il futuro che non sia il sè, l’arco della propria vita.
Cosa ci responsabilizza verso gli effetti futuri delle nostre decisioni? Cosa ci incentiva a fare scelte coerenti con il benessere delle generazioni future? Qui non ci vuole un flebile monito morale, ci vuole qualcosa di viscerale, di fisico, un cavo d’acciaio che ci lega direttamente ai decenni a venire. Si tratta di costruire un ponte stabile tra la propria vita e quella futura.
E io penso che il modo più viscerale per avere cura del posto in cui viviamo è popolarlo con i propri figli.
La prole ormai non serve più a riempire il pianeta di Homini Sapiens, o a dare nuove braccia all’agricoltura o alle fabbriche, anzi, siamo fin troppi, lo abbiamo capito. Non si tratta di far sopravvivere la specie, almeno non solo. E non si tratta nemmeno di assicurare la sopravvivenza dei propri geni, del proprio cognome, della propria famiglia o patrimonio personale, tutti obiettivi forse una volta sentiti ma che oggi hanno perso gran parte del loro peso.
Lasciare una prole è fondamentale perché costituisce un legame individuale e fisico con il futuro. Metti al mondo un figlio e prima di fare una guerra nucleare al primo che ti sputa in faccia ci pensi due volte. Lo diceva anche Sting nel 1985, in Russians, un brano figlio della guerra fredda, dove a conclusione di ognuna delle tre strofe ripeteva I hope the Russians love their children too. Ovvio che il concetto di prole è allargato. Intendo prole non esclusivamente come legame di sangue, non è necessario che il ponte sul futuro sia costituito da figli naturali, il concetto di figlio come prolungamento della vita del padre vale anche per il discepolo e il suo insegnante, per l'apprendista e per il suo maestro, per l'amico e per la sua guida, in alcuni casi per il lettore e per il suo scrittore, qui non si parla solo di identificazione genica, quanto memica. Solo se tieni a chi ti viene dopo come a te stesso, indipendentemente dal legame di sangue, allora capirai che gli effetti a lungo termine delle tue decisioni sono importanti. 
E' sufficiente un forte legame memico con la generazione futura per sfanculare Keynes e la sua deresponsabilizzazione, e costruire un ponte a lungo, lunghissimo termine verso il futuro. Infinite generazioni al posto di una sola. Lunghissimo termine al posto di breve.
Sting batte Keynes infinito a uno.

sabato 12 novembre 2011

L'essenza di numero

Ok, diciamo pure che non sarebbe mai un argomento da prima pagina, tanto meno nel gran giorno di JX451. Ma credo sia qualcosa che vale la pena chiedersi: i numeri esistono perchè nel nostro mondo ci sono cose da contare o esisterebbero comunque, anche in assenza di oggetti distinguibili e quindi enumerabili? Detto meglio, il numero è una costruzione della mente umana alla ricerca di una maniera utile per interpretare la realtà o è un concetto valido per se stesso, una sorta di idea assoluta che esiste anche senza nulla di concreto a cui far riferimento? Una buona parte dei matematici credono in quest'ultima versione, ma le motivazioni che adducono non sempre mi trovano d'accordo.
Non so se c'entri qualcosa con l'assolutezza del concetto di numero, ma mi sono imbattuto varie volte in un metodo per definire i numeri che è completamente avulso dall'esistenza di elementi distinguibili ed enumerabili, e che mi pare degno di essere menzionato, anche se da un profano come il sottoscritto.
Immaginiamo un mondo senza confini tra le cose, anzi proprio senza cose. Niente da contare con cui giustificare l'esistenza del numero a fini pratici. Una specie di magma indistinto e confuso, il nulla. Non un bel posto per viverci, ma sempre meglio di Porto Marghera. Prendiamo ciò che abbiamo, il nulla, e lo definiamo come insieme. In simboli matematici si scrive { }, ossia l'insieme vuoto, un insieme che non contiene niente, e ci associamo il numero zero: quindi { }=0. Possiamo poi considerare l'insieme il cui unico elemento è l'insieme nullo prima definito, ossia {0} e ci associamo il numero uno, quindi {0} è il nostro 1. Da notare che { } è diverso da {0}, in quanto il primo è un insieme con nessun elemento, mentre il secondo è un insieme con un elemento, e questo elemento è l'insieme nullo. A questo punto possiamo tranquillamente prendere l'insieme formato dall'insieme nullo e dall'insieme uno, e lo chiamaiamo due. Quindi {0, {0}} sarà il nostro 2. Poi prendiamo questi due elementi, aggiungiamo l'insieme formato da entrambi, e lo definiamo come 3, e così via. Alcuni dicono che questa sia la dimostrazione che i numeri hanno il potere di scaturire dal nulla, senza alcun bisogno di oggetti da contare, in maniera totalmente astratta, e in effetti ci siamo avvalsi solo del concetto di insieme, e di nient'altro. Sì, ammetto che é un po' stramba come cosa; se vi piace bene, altrimenti potete continuare a vivere senza. In fondo la matematica non serve a nulla, giusto?

giovedì 10 novembre 2011

Confessioni di una stampante

Chiamatemi JX451.
Sono una macchina, una stampante laser dell’ultima generazione ad altissima qualità, e non lo dico per vantarmi.
Secondo alcuni di voi, noi macchine (e per deduzione anche noi stampanti) non possediamo una coscienza, non abbiamo alcuna vita interiore, non possiamo esprimerci né prendere decisioni. Io non mi occupo di queste pippe mentali tipiche degli umani, so solo che il Sig. Tacchino mi ha offerto la possibilità di essere ospitata nel suo blog nuovo di zecca, e io non me lo sono fatto ripetere.
Come dicevo sono una stampante di qualità, adoro la carta spessa e pesante delle comunicazioni ufficiali, mi piacciono i font istituzionali, ma non disdegno a volte quelli più frivoli. Abito a Roma, in centro, in via del Plebiscito 102, a Palazzo Grazioli (l’indirizzo lo conosco bene, visto che l’ho stampato parecchie volte nelle intestazioni) e sono la stampante di un tizio importante.
Sono sempre impegnata, qui si organizzano riunioni di vertice, meeting riservati, feste mondane; stampo inviti in caratteri cirillici o arabi per importanti personalità internazionali, in seriosi Times per comunicazioni ufficiali, ma anche in tenui corsivi per inviti ad allegre serate.
E’ da ieri che tutte le mie colleghe macchine sono in subbuglio, si dice che il principale sia molto indaffarato in questi giorni. Addirittura Irma, la vecchia telescrivente, un po’ dimenticata dopo l’avvento di email e telefonate satellitari, è tornata in funzione per sbrigare alcune urgenze. Ma tutti si aspettano il momento clou, e dicono che io sarò la protagonista. Si dice che tra qualche giorno dovrò stampare una lettera importante da inviare al Quirinale, in piazza del Quirinale 1 (anche questo è un indirizzo che ho stampato altre volte) che parlerà delle dimissioni di qualcuno. Sono così eccitata. Sarà il mio momento magico. Spero solo che il mio principale sia contento del mio lavoro, in fondo lo faccio solo per lui. Voglio proprio vedere il sorriso sul suo volto quando vedrà la spessa carta inchiostrata perfettamente dal mio toner originale giapponese, il font scelto con cura appositamente per l'occasione, l'ortografia perfetta. Il mio unico desiderio è continuare a lavorare per lui e farlo sempre contento. Sono stata programmata per questo. Non gli farei mai del male.
Vi terrò informati, se il Sig. Tacchino mi ospiterà ancora.

mercoledì 9 novembre 2011

Avanzamento lavori #2

Tenetevi pronti, da stasera Taccuino 22 riparte alla grande.
I lavori sono completati, manca ancora qualche rifinitura (una lampada in bagno, qualche sedia in più in cucina, qualche commento ancora da copiare) ma per il resto siamo operativi.
Mi scuso di nuovo per gli inconvenienti, ma non c’è innovazione senza qualche sacrificio.
Lo sapete che ho a cuore ognuno di voi e, nonostante siate legione, per controllare che mi seguiate vi terrò d’occhio uno ad uno. Uno ad uno. Due. Al massimo tre. Ehi, voi tre, vi tengo d’occhio!

martedì 8 novembre 2011

Avanzamento lavori #1

Ho visto centinaia di messaggi di benvenuto, decine di consigli su come trasferire i post, tantissime testimonianze della vostra fedeltà, come ringraziarvi? Il minimo mi sembra sia tenervi informati sullo stato avanzamento dei lavori di trasloco.
·         Ho appena finito di copiare tutti i post su Blogspot, cercando di lasciare data originale di pubblicazione.
·         Ho anche inserito i commenti a quelli più recenti, in quel caso però la data non sono riuscito a cambiarla, e quindi riportano tutti 7 novembre 2011, pazienza. Gli autori sono invece quelli corretti.
·         Per i commenti ai post più vecchi ho pensato di condensarli in un unico commentone generale, non me ne vogliano i pignoli.
Chi legge tramite feed o reader  troverà una caterva di post vecchi come se fossero nuovi, ma sono i disagi dell’innovazione. Stiamo lavorando per voi.

lunedì 7 novembre 2011

Splinder addio

C’è tanta bassa qualità in giro. E questo non si spiega in un mondo di concorrenza perfetta. Dai miei studi di economia ricordo questo e poco altro: se ipotizziamo la concorrenza perfetta, la qualità si livella verso l’alto, perché se vendi robaccia sei punito dal mercato, i clienti vanno da un altro.
Come si spiega allora la bassa qualità da cui siamo circondati? Con la fallàcia dell’ipotesi iniziale: evidentemente, non c’è concorrenza. Chi vende scarsa qualità può continuare a farlo contando sull’inerzia dei clienti, sulla loro pigrizia a cambiare; il negozio sotto casa offre latte scadente a prezzo alto? Ci sarà sempre il vecchietto che deve andarci. La compagnia di assicurazione alza ogni anno il premio della tua polizza? Conta sul fatto che per cambiare contratto devi avvertire per raccomandata, girare, brigare, e molti di noi sono troppo pigri o indaffarati per farlo.
Poi a volte a questa inerzia si aggiungono delle barriere all’uscita messe lì apposta e che ti rendono difficile se non impossibile la via di fuga. Vuoi cambiare telefonino? Beh se ne compri uno della stessa marca puoi trasferire la rubrica, altrimenti perdi tutto.
Tutto questo pippone per dire che voglio cambiare casa a Taccuino 22. Era un po’ che ci pensavo, ma ora è davvero arrivato il momento. E’ risaputo che Splinder, come piattaforma blog, è una schifezza. L’ho scoperto persino io, da utente poco evoluto, quando ho comunque dovuto combattere con problemi di impaginazione, pubblicità non volute, assenza di qualsiasi tipo di personalizzazione del template, niente statistiche, e ho deciso di passare a Blogspot.
Mi sono poi chiesto, ingenuamente, ma come mai ancora tante persone stanno su Splinder? Sì, la pigrizia a cambiare conta di sicuro, ma cos’altro? E ho scoperto che trasferire un blog da Splinder a un’altra piattaforma non è nemmeno previsto. Come se dicessero, sì, è vero, facciamo schifo, ma è meglio se rimani con noi, sappi che non è possibile trasferire tutti i post e i commenti fatti fin’ora su un altro blog. Come la storia del telefonino e della rubrica. Come se cambiassi casa e mi dicessero che è vero, i mobili sono tuoi, ma li devi lasciare nella vecchia casa perché ti cambiamo la serratura alla porta.
Quindi, ancora più decisamente, da oggi trasloco. Il mio nuovo indirizzo sarà http://taccuino22.blogspot.com/, spero aggiorniate i vostri feed e tutte le cosette che avete, altrimenti pazienza, non credo di perdere schiere di lettori.
Per quanto riguarda i vecchi post ho deciso che farò come per una casa dalla quale non mi fanno portar via i miei mobili dalla porta: entrerò dalla finestra durante la notte, li smonterò a mano pezzo per pezzo e li rimonterò nella nuova casa. Tradotto in blogghese significa che per ora rimangono al vecchio indirizzo, poi, quando ne avrò tempo, cercherò di trasferirli manualmente (copia e incolla) sul nuovo, con le date originali. Proverò anche a trasferire alcuni dei commenti che più mi hanno stimolato il gargarozzo (o anche tutti), perché credo che in molti casi siano parte integrante dei post. Dei commenti lascerò immutate nome e URL dell’autore, dove non anonimo. Purtroppo non riuscirò a inserire la data originale, spero non me ne vogliano gli autori.
La mia velocità di trasferimento a mano è al massimo di due post al giorno, conto di finire in qualche mese. Immagino resisterete.

domenica 6 novembre 2011

Benvenuti

Questa è la nuova casa di Taccuino 22.
Questo è l’indirizzo della vecchia http://aaqui.splinder.com/ sul quale troverete tutti i post e i commenti pubblicati finora.
Nei prossimi mesi cercherò di copiare su Blogger tutti i post. Per ora accontentatevi.

giovedì 3 novembre 2011

Semplicemente

Conosco un tizio che una volta a settimana prende la macchina e va al supermercato, cerca parcheggio, fa la fila e paga, poi si carica diciotto chili sulle braccia, li porta fino a casa, poi consuma in pochi giorni tutta la merce acquistata, accartoccia i contenitori in plastica ormai vuoti, li accumula in un angolo del balcone e, sempre una volta a settimana, butta tutto nel cassonetto blu, sperando che la raccolta differenziata funzioni.
Io, semplicemente, apro il rubinetto e bevo.

mercoledì 2 novembre 2011

Revival


Sbaglio o l'ultimo post di Astutillo, oltre ad essere assolutamente super, è la teorematizzazione di questo?

lunedì 31 ottobre 2011

Tergicristalli parlanti

Avete notato anche voi che da qualche tempo molte auto parcheggiate in maniera eufemisticamente fantasiosa, per non dire da cani, hanno le spazzole tergicristalli sollevate? All’inizio non ci facevo troppo caso, poi mi è capitato di osservare una scenetta che mi ha aperto gli occhi: un distinto signore, dopo avere fatto tre manovre per svoltare su una stradina evitando di urtare un grosso SUV posteggiato arrogantemente quasi in mezzo alla carreggiata, ha accostato la sua auto, è sceso e, abbastanza meccanicamente, ha alzato entrambi i tergicristalli anteriori del SUV, risalendo poi sulla sua vettura e allontanandosi. Da allora ho notato parecchie altre vetture in seconda fila, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in prossimità di incroci, insomma parcheggiate a cacchio, con le spazzole alzate.
Ecco cos’è: si tratta di un segnale, un messaggio al guidatore arrogante in quel momento assente, una sorta di codice che vuol dire “guarda che hai parcheggiato di schifo”: quando il buzzurro tornerà a prendere la propria vettura troverà il segnale, si presuppone lo sappia interpretare, e capirà di aver esagerato con il menefreghismo stavolta, e che qualcuno non ha gradito. E’ inoltre uno strumento di gratificazione (dai, un minimo…) anche per la vittima dello sgarbo, che avrà la consapevolezza di aver battuto il pugno, di non aver lasciato correre, di essersi in qualche modo ribellato alla situazione, pur senza atti vandalici, senza parolacce, senza escandescenze. Un civile segnale che non provoca effetti irreparabili, solo un decisa comunicazione. Si tratta solo di apprendere tutti il nuovo linguaggio. Certo, non mi aspetto che il cafone cambi definitivamente il suo sistema di valori solo perché ha trovato i tergicristalli sollevati, anzi con tutta probabilità parcheggerà male altre volte. Ma questi segnali funzionano così, pian piano diventano linguaggio comune e in men che non si dica avere il tergicristallo alzato si muterà in un’onta, in una cosa di cui non andar fieri, mentre il contrario si trasformerà in vanto: “figliolo, io nella mia vita non ho mai avuto un solo tergicristallo alzato da chicchessia, sappilo”. Un impatto potenziale da non sottovalutare, alla lunga. Potrebbe essere l'inizio di una rivoluzione.

sabato 29 ottobre 2011

Gita allo zoo

Mi piace andare allo zoo. Soprattutto perchè ora si chiama bioparco, e significa che gli animali non sono chiusi in semplici gabbie ma accolti all'interno di piccoli ambienti naturali ricostruiti con cura e rispetto delle loro peculiarità. Lo spazio che hanno a disposizione non è per nulla esiguo: se prendiamo ad esempio gli orsi, beh, credo abbiano almeno cinquecento metri quadri comprensivi di piscina, cascate e boschetto per nascondersi alla vista dei visitatori, una condizione di vita decisamente migliore di quella di molti umani. Poche cose sono preziose quanto capire e continuare ad essere sbalorditi  dalla complessità e dalla ricchezza biologica del mondo in cui viviamo, e lo zoo mi offre una meravigliosa occasione per insegnarlo alle mie figlie.
Non sono d'accordo con chi dice che gli animali qui soffrono perchè non sono liberi e non possono correre e cacciare come farebbero nel loro ambiente. Sofia l'elefante, Petronilla l'orango, i leoni, gli ippopotami, e la stragrande maggioranza degli animali sono nati all'interno di questi diciassette ettari inaugurati nel 1911. Non hanno mai conosciuto altro che questa comoda, sicura, routinaria e rassicurante esistenza nello zoo di Roma. E sono molto più utili alla nostra e alla loro specie rispetto a quanto possano essere i loro simili in libertà. Sofia ha quarant'anni: quante generazioni di bambini osservandola hanno imparato qualcosa sugli elefanti, sulla biodiversità, sulla grandezza e l'armonia della natura? Sofia ha fatto cultura, sicuramente più della maggior parte degli umani che conosco. Un bimbo che l'ha conosciuta ha un motivo in più degli altri per salvaguardare il mondo in cui temporaneamente alloggia, e più difficilmente da grande acquisterà un fermacarte di avorio, se gli si presenterà l'occasione. Sofia aiuta la sua specie e la nostra molto più di quanto potrebbe mai fare in libertà. Non mi pare poco.