venerdì 8 giugno 2012

Incontro a sorpresa


Un giunto cardanico, per chi avesse dubbi

L'appuntamento mattutino col meccanico diventa gioco forza periodico quando possiedi un auto di 13 anni e quasi altrettante decine di migliaia di km sui giunti cardanici; una volta tocca alla distribuzione, quella dopo al gruppo bobine, poi al filtro della benzina. Stamattina, di ritorno dall'officina, la deviazione dal solito percorso casa ufficio mi costringe a passare in zona scuola della settenne in un orario inconsueto, proprio mentre l'intera classe in ordinata fila per due transuma dall'edificio scolastico alla vicina palestra convenzionata per l'ora di ginnastica.
Affianco la colonna bimbesca alla guida del mio scooter e vengo subito riconosciuto da BS e da BM, prime della fila, che spesso stazionano a casa del tacchino indugiando in attività ludiche. "Guarda", dicono all'unisono, "è il papà di V", e accompagnano l'entusiasmo con un ampio saluto della mano. Io ricambio il saluto e cerco mia figlia con lo sguardo. V è tre file più indietro, forse distratta, forse nemmeno troppo, "Ehi V, c'è il tuo papà", fanno le compagne, e V allora, costretta all'attenzione, accenna un saluto incerto, con il gomito ben attaccato al fianco e chiudendo l'angolo dell'avambraccio in un ampiezza intorno ai 120°, insomma, poca roba, e qualche occhiata obliqua accompagnata da un non sorriso smozzicato.
L'insieme gestuale voleva chiaramente dire: "Ok, pa', ciao, ma ora vai al lavoro, ci vediamo stasera, questo e il mio mondo e non sono consentite invasioni".

lunedì 4 giugno 2012

Infinite content

immagine tratta da brainpickings.org
Questo libro mi dà il tormento. Mi intossica, mi causa dipendenza, si comporta nei miei confronti come una di quelle Sostanze (la maiuscola non è mia) di cui tratta in maniera tanto minuziosa. Anzi, a ben vedere questa sensazione di assuefazione è aumentata e portata all'estremo proprio dall'argomento che le pagine in cui sono immerso affrontano: guarda caso la dipendenza da Sostanze (l'autorefenzialità torna ad essere il minimo comun denominatore di parecchia di quella che considero la migliore roba che ho letto negli ultimi anni). Continuo a ripetermi che il poco tempo libero che riesco a racimolare deve essere esclusivamente dedicato alla lettura del chilo viola, e che non posso perdere tempo a fare altre cose, incluso parlare della mia ossessione. Qualche giorno fa mi era venuto persino lo schiribizzo di interrompere momentaneamente questo blog. Volevo appendere un cartello con su scritto “questo spazio è sospeso fino a data da destinarsi a causa di insormontabili problemi di connessione neuronica dovuti a sovraccarico da Infinite Jest”.
Ma poi mi sono convinto che una terapia sarebbe stata necessaria, sento il bisogno di spurgare le Sostanze assorbite nella lettura, come facevano le lumache che raccoglievo da ragazzetto d'estate dopo i temporali, e che mettevo in una rete appesa al muro del magazzino per aspettare che si svuotassero del contenuto dei propri intestini prima di passarle in padella (anche se poi non avevo il coraggio di farlo e le liberavo tutte). La terapia di spurgo migliore a mio parere è parlarne di quell'ossessione, sì, ma a piccole dosi; scrivere riguardo alle pagine che leggo, d’accordo, ma non troppo intensamente. In ogni processo di uscita dal tunnel, di affrancamento dalla dipendenza, le diluizioni sono importanti. Si può provare a disintossicarsi parlando con serenità e pacatezza del proprio problema, come nelle tecniche di condivisione e auto consapevolezza degli Alcolisti Anonimi tanto care a David Foster Wallace. Provare a raccontare ma in maniera diluita, un poco alla volta, ecco il segreto. Bisogna trovare il modo per annacquare il contenuto ossessivo con dosi di materiale inerte, con eccipienti neutri, con palline di polistirolo; ad esempio si può provare con cenni poco coinvolti su qualcosa di marginale, sul contenitore ad esempio, la forma del libro, il suo peso, il suo colore. Meglio ancora: con elementi sul contenitore di quel tutt’uno formato dall’insieme lettore/libro. Quindi la stanza da letto, o questo soggiorno o, più adatto nel mio caso, la Metropolitana di Roma, il vero contenitore delle mie letture.
Ecco la soluzione! E a ben vedere è quanto ho inconsapevolmente perseguito già nei due post precedenti: parlare del legame indissolubile tra contenitore e contenuto, tra strumento e fine, tra forma e sostanza, tra cornice e opera d'arte, tra ambiente e mente, insomma, tra la Metropolitana di Roma e la mia personale lettura di IJ, in modo da non rimanere eccessivamente intrappolato nelle pagine vere e proprie.
In rete i consigli sulla lettura del librone si sprecano, e spesso si schierano sullo stesso fronte: attenzione potenziali lettori, dicono questi stregoni, se volete andare avanti avete bisogno della massima concentrazione, quindi niente spiagge, niente mezzi pubblici, niente parchi, solo solitudine e isolamento completo. Non sono d’accordo. Non è importante il luogo in sé stesso, conta solo l’organizzazione. Contano le regole che ti dai.
Nello scorso post abbiamo analizzato la prima regola, la solitudine: se vuoi leggere IJ in metro, la prima cosa da fare è sbarazzarsi dei potenziali rompipalle che vogliono solo chiacchierare (puah). Oggi andiamo avanti col programma. La seconda regola è: non sedersi, mai.
Non è una questione di galateo metropolitano. E’ una semplice legge di sopravvivenza. Analizziamo i rischi che si corrono contravvenendo a questo principio cardine nella vita del lettore underground.
  1. In banchina, all’ora di punta, all’arrivo della metro, la tensione sale alle stelle. La lotta per posizionarsi sulla striscia gialla in modo da essere tra i primi a entrare, è senza quartiere. I più arditi si piantano proprio sul bordo dell’abisso rotabile, rischiando di trovarsi il naso tranciato dall’arrivo del locomotiva. Tutto è lecito pur di conquistare le prime file, spinte, strattoni, viscidi sguisciamenti, il premio è un ambíto posto a sedere. Qualche temerario non aspetta nemmeno l’uscita delle persone dal vagone e, contravvenendo ad una semplice regola del buon senso, prima si svuota una cosa, e solo poi si può riempire di nuovo, si butta dentro a capofitto appena le porte accennano ad aprirsi, bloccando l’intero processo di deflusso e richiamando su di sé maledizioni e anche qualche meritata spallata. Il pericolo in questo gioco è la perdita della dignità, oltre che farsi male.
  2. Ma il viaggiatore-libron-munito oculato non si siede nemmeno quando ci sono posti liberi. Neanche se la giornata è stata davvero pesante e ne sente la fatica nelle gambe. Neanche se ha per le mani un chilo viola da sorreggere e sfogliare. Innanzitutto se vi mettete comodi e siete sprovvisti di un sempre pratico cuore da merluzzo del nord atlantico, siate pronti a frequenti moti di compassione: c’è sempre qualcuno che più di voi meriterebbe di star seduto: un'ottantenne ingobbito dall’artrosi, una signora incinta, un ciccione dall’età indefinibile, un bimbo malfermo nelle gambe, una trentenne stragnocca. Vi guardano con quegli occhioni che implorano un atto di pietà (soprattutto la stragnocca) e l'unico risultato della vostra ostinazione a starvene seduti sarebbe quello di leggere poche pagine senza concentrazione, perché tutta l’attenzione sarebbe spostata su chi vi circonda e sulle cortesie che dovrebbe meritare. Un’ansia difficile da mettere a tacere.
  3. Inoltre sedersi spesso implica la necessità di disporre di uno stomaco di ferro. Stare seduti con le spalle compresse contro quelle del vicino significa sorbirne gli odori, percepirne i sudori, ascoltarne il respiro affannoso, assere esposti agli schizzi dei suoi starnuti, all’acredine del suo alito, al calore del suo corpo. No, grazie.
Fidatevi di me gente, la soluzione migliore è rimanere in equilibrio sulle proprie scarpe, a qualunque costo, con qualsiasi situazione di affollamento. In piedi si trova sempre un modo per rivolgere il viso verso un microspazio personale di almeno una trentina di centimetri di diametro, chessò, l'area di vuoto sopra una valigia, o lo spazio verso una porta o una parete. Io di solito mi piazzo di fronte ai sedili che corrono parallelamente al verso di marcia del treno, con lo sguardo verso chi é seduto, con la pancia all'altezza delle loro teste e con il viso che può godere del notevole vuoto che rimane sopra di loro, e il finestrino di fronte che aumenta la sensazione di spazio. Un ulteriore pregio di questa posizione è che non si è coinvolti nella serie di "scende?" ad ogni approssimarsi di stazione, visto che si è sufficientemente distanti dalle uscite. Lo considero un notevole vantaggio, quasi irrinunciabile se avete intenzione di continuare a leggere quell'enorme agglomerato di contenuto. Anche se poi in alcuni casi non è sufficiente aver conquistato una posizione decente, e potrebbe essere necessario ricorrere ad un buon paio di tappi per orecchie in polistirolo espanso Flents modello industriale.
È proprio in questo contesto, con questo contorno, con questi rumori di fondo, che ho affrontato la settimana di lettura di IJ.

Ed eccomi qui che, dopo una buona dose di palline di polistirolo riempitive riguardanti il contenitore, provo a spurgare la dipendenza dal contenuto sorvolando con leggerezza sulle pagine che mi hanno coinvolto e cercando di non rimanerne di nuovo irretito. E allora accenno quasi di sfuggita alla profetica descrizione del crollo della videofonia raccontata e supportata da un'approfondita analisi delle cause tra le pagine centosettantadue e centosettantotto, più o meno proprio quello che si è verificato nella realtà in anni ben successivi alla pubblicazione del libercolo.
Poi sfioro appena il discorso del padre di J. O. Incandenza al figlio, un monologo sul talento, sulle occasioni perdute della vita, sulle aspettative dei genitori.
Arrivo planando sulla serie di elenchi (e se avete letto il post sugli elenchi di Perec sapete quale effetto trascinante abbia questo tipo di lettura sui miei bulbi oculari) e atterro con un tonfo sui consigli "ecco come fare" dati nella cartuccia di intrattenimento da Hal Incandenza ai giovani tennisti dell'ETA, poi sui messaggi esilaranti scritti alla casella di posta della sig. na Patricia Montesian del CAAS, poi ancora sulla lista delle fughe abusabili ben ampliato nella nota numero settanta, e ancora sulle cose che si imparano se hai l’opportunità di passare del tempo in una struttura statale di recupero da sostanze come la Ennet House di Enfield Ma, fino a sbattere occhi, muso e stomaco sulla lunga, ipnotica e geniale evocazione delle menomazioni e imperfezioni fisiche snocciolata da Madame Psychosis nel suo + o -  Sessanta Minuti. Verrebbe la voglia di cercare su Wikipedia ognuno di questi astrusi termini medici, ma è preferibile non fermarsi alla mera comprensione dei termini e provare a leggerli ad alta voce (forse meglio se non si è in metro, stavolta) assaporandone i suoni con le viscere più che con le orecchie e con il cervello. Il bisogno di apprenderne il significato passa in secondo piano, d'altra parte se DFW avesse ritenuto indispensabile far conoscere il senso letterale dei termini ai propri lettori avrebbe inserito delle note, non mi pare si sia fatto troppi problemi in altre occasioni.

L'edificio dell'Unione, Enfield, Ma
Poi mi areno, e sono ormai in piena scimmia, nelle tre doverose letture che ho dedicato alle pagine duecentoventidue e duecentoventitre, la descrizione dell’architettura dell’edificio dell’Unione, in tutto e per tutto simile ad un cervello umano. Pia madre, chiasmi ottici, area uditiva, mesencefalo, solco frontale inferiore, sutura parieto-occipitale, giro temporale superiore, Ponte di Varolio, abducente, midollo allungato, in queste pagine non si riferiscono a parti del cervello umano ma a elementi architettonici del sito da dove Madame Psychosis trasmette il suo programma radiofonico indirizzato al solito target di geek genialoidi e nerd del MIT, in una sorta di grande metonimia in cui si mette in relazione un contenitore (l’edificio) a un contenuto ad esso simile (i cervelloni degli studenti). Detto così pare la fiera del qualunque, ma si tratta di pagine memorabili. E ho trovato estremamente seducente l'intera descrizione del programma radiofonico di Madame Psychosis (a proposito, nella nota ventiquattro, quella sulla filmografia di J. O. Inc., Madame Psychosis compare spesso come attrice, non so se questo sia solo un piccolo indizio insignificante o se avrà un concreto seguito nella storia, ma in una recensione while reading come questa bisogna assumersi dei rischi, e io scommetto sulla seconda ipotesi).
Piano, vacci piano Tacchino, dovevi diluire, dovevi annacquare, e ti sei fatto coinvolgere di nuovo. Ok, solo un'ultima cosa prima di liberarvi dalle mie ossessioni: non so se avete notato la finezza: non ho numerato i post come ho fatto precedentemente con altri serial blogghistici, stavolta ognuno ha un nome, un po' come gli anni nell'era sponsorizzata per intenderci.
Fine.
Tante care cose a tutti.
(E ricordatevi che provare a ballare da sobri è tutto un altro paio di maniche.)

venerdì 1 giugno 2012

Io speriamo che me la cavo


Non sottovalutate il potere terapeutico della pioggia.
Si può restare in casa tutto il fine settimana senza eccessivi sensi di colpa.