sabato 2 ottobre 2021

Come fondare e gestire un club - puntata #3: cariche principali e organigramma

Ogni Club degno del nome che ha scelto di portare (sulla scelta del nome vedi puntata #2) ha bisogno, per portare avanti con efficacia la sua missione (sulla missione vedi puntata #1), di una struttura solida ma allo stesso flessibile, capace di resistere agli scossoni ma anche di adattarsi al nuovo, di un sistema di ruoli e poteri legati tra loro da rapporti gerarchici e di collaborazione. Per questo dobbiamo affrontare l'importante questione delle cariche clubbiche.


Un tipico Presidente
Innanzitutto ci vuole il Presidente. Il Presidente in un club è fondamentale ed imprescindibile, non esiste un club senza il Presidente, se ci fosse solo un membro in un Club, quello sarebbe il Presidente. Il Presidente è fondatore e fondante, è il garante dell'unità e dell'esistenza in vita del suo Club (ecco, dimenticavo, il Club è SUO), decide dell'ingresso dei nuovi membri e della sorte dei vecchi, decide i luoghi degli incontri, le sedi, gli argomenti da discutere; ha più potere di quanto ogni membro immagini. Il Presidente è il capo unico e assoluto di tutti e di tutto. 

Serve poi un Segretario, uno che si occupi di scartoffie e burocrazia, uno che sappia quando ci sono le scadenze e cos'è che sta per scadere, uno che sia pronto a riportare con i piedi per terra i membri inconcludenti. Se poi avesse una sede da mettere a disposizione, meglio ancora. Ma ricordate innanzitutto che un Segretario deve scrivere i verbali delle riunioni clubbiche con obbiettività e solerzia e archiviare il tutto nei Libri Clubbici. Un segretario che entro tre giorni dalla riunione non sottoponga al Presidente il verbale per l'approvazione non serve a nulla: sbarazzatevene. 

Il vostro Club ha bisogno di un Tesoriere che si occupi del vil denaro, semplicemente perché nessuna delle cariche descritte in precedenza potrebbe farlo: il presidente per rango, il segretario perché ci pagherebbe le tasse. Un buon Tesoriere raccoglie le quote di iscrizione e gestisce il patrimonio clubbico, organizza eventi per raccogliere fondi da destinare allo scopo statutario e spesso ci rimette del suo. Un Tesoriere per fare bene il suo mestiere deve essere generoso nel dedicare tempo e risorse al club, ma oculato e prudente nelle spese, deve mangiare poco ma adorare la cucina, se possibile deve avere una macchina grande e lucida per scarrozzare in giro il presidente. 

E' poi buona norma procurarsi un Cellario decente. Costa un po' ma vedrete che ne vale la pena. Di norma è solido e sovradimensionato, perché il suo non è un ruolo da poco: deve occuparsi h24 del nutrimento del club, materiale e spirituale. Un buon Cellario sa sempre come soddisfare tutti i palati e tutte le voglie e ha tra i suoi contatti i migliori ristoranti, i night più alla moda, i più forniti bordelli. Il Cellario è da sempre in conflitto con il Tesoriere: il primo vorrebbe chiudere migliaia di transazioni al giorno in ostriche e whisky torbato, il secondo preferisce investire a lungo termine nella grande distribuzione dei prodotti da forno di nicchia. 

Se poi alla fine vi avanza ancora spazio nell'organigramma, potete provare ad assumere un Ciambellano. Tutti pensano che il Ciambellano non serva a una mazza, ma alla fine qualcosa si riesce a fargliela fare: si occupa della diplomazia e della rete di relazioni del club, di organizzare le trasferte all'estero e gli eventi mondani, di avere opinioni su ogni tema e di dare consigli di vita senza badare a vincoli affettivi o patrimoniali. Per farlo bene deve avere delle caratteristiche ben precise: deve essere un uomo di mondo, uno che conosca la vita e che la affronti in maniera spavalda, all'apparenza amabile e sempre pronto a mostrare il suo smagliante sorriso, ma fondamentalmente cinico e spregiudicato. Attenzione però: è importante tenerlo sempre a bada per non fargli montare la testa.

Nella prossima puntata affronteremo un tema piuttosto spinoso: come organizzare una riunione di successo. Stay tuned.

giovedì 23 aprile 2020

E tu durante il Grande Lockdown del 2020 che hai fatto?

Un giorno qualcuno mi chiederà come ho impiegato il tempo nei giorni del Grande Lockdown del 2020.
Tra venti o trent'anni un nipote mi guarderà al di sopra dell'ultrawatch e mi rivolgerà con noncuranza la domanda delle domande: e tu, nonno, cosa hai fatto in quel tempo? Come hai utilizzato la Grande Opportunità che ogni estimatore della vita casalinga desidera?
Sono sicuro che lo farà.
E io mi sono preparato la risposta: cosa ho fatto? Mi chiedi cosa ho fatto, moccioso? Ecco cosa ho fatto:
1- Ho panificato. Pane tre volte a settimana, pizza una volta. Mai fatti prima. Certo, gli esiti non sono sempre stellari, ma ho sperimentato, ho imparato, come il mio impasto sono cresciuto.
2- Ho praticato l'inglese. Ho letto resoconti sul Covid19, ascoltato webinar e podcast, visto serie e documentari, letto libri, tutto rigorosamente in inglese. Ora quando ascolto qualcuno che parla la lingua di Shakespeare ed è consapevole di essere ascoltato anche da stranieri, mi pare di capirlo molto meglio, di perderne al massimo il 10%. Credo di essere migliorato, sono cresciuto.
3- Ho fatto ginnastica. Regolarmente, tutti i giorni, almeno per 40 minuti. Ho allenato parti del corpo che erano dormienti da anni. Ho sperimentato nuovi esercizi e mi sono posto nuove sfide, coerenti col mio stato fisico e con i miei acciacchi da cinquantenne. Credo di aver ottenuto dei piccoli risultati, mi sono preso cura di me, sono cresciuto.
4- Ho studiato. Ho preso un testo universitario di fisica e mi sono messo a leggerlo: scalari e vettori, cinematica, gravitazione, termodinamica, elettrostatica, magnetismo. Non so fare gli esercizi, non ricordo a memoria le formule e non sarei in grado di sostenere nemmeno una interrogazione al liceo, ma ho capito delle cose, mi sono tolto dei dubbi, me ne sono venuti altri di livello diverso, ho intuito un mondo, sono cresciuto.
5- Ho disegnato. Ho comprato un blocco di carta spessa, un inchiostro waterproof per la mia stilo, una scatola di acquerelli e ho cominciato a buttare giù delle cose, a copiare in giro, a mischiare colori, a sperimentare senza timori o inibizioni. Mi è sempre piaciuto disegnare ma, inspiegabilmente, non l'ho mai fatto. Ho sempre ammirato chi lo sapeva fare, ogni tanto ho provato, ma abbandonavo sempre per la paura di essere giudicato. Ogni giorno ho disegnato qualcosa, e dopo poco mi è sembrato di riuscire a fare tratti più armonici, di sbagliare meno i colori, di azzeccare meglio le proporzioni. Pian piano sono migliorato, sono cresciuto.
Piazza con gente e bar aperti... sigh...

6- Ho fatto il rappresentante di classe. E non è stata proprio una passeggiata, nella fase embrionale della Didattica a Distanza. Da un lato docenti poco inclini a cambiare modalità di insegnamento, con poca dimestichezza con gli strumenti multimediali, attaccati a orari e ad abitudini che in emergenza perdono di senso; dall'altro genitori desiderosi di non cambiare nulla, di assicurare ai figli esattamente ciò che avevano in classe e di tenerli occupati il più possibile; e io nel mezzo a conciliare i due mondi, a mediare tenendo presenti i desideri di tutti ma senza offendere nessuno. Ho scritto, messaggiato, parlato, proposto. Ho imparato ad avere a che fare con varia umanità, sono cresciuto.
7- Ho giocato a tennis. Con mia figlia, due o tre volte a settimana, nello spiazzo di cemento antistante ai box condominiali. Ho lavorato sul servizio, sul dritto, sul rovescio, sempre imitando lei che è anni avanti. Ho migliorato qualche colpo, sono cresciuto.
8- Ho scritto. Poco, ma ho scritto. Non proprio un diario, ma appunti, schizzi. Tipo questa cosa che avete davanti agli occhi. E facendolo mi sono conosciuto un po' di più, sono cresciuto.

Nota per colleghi di lavoro: ovviamente il tutto nei tempi consentiti dal mio lavoro, che fortunatamente è proseguito in smart working: quindi la mattina presto, in pausa pranzo, la sera prima o dopo cena e nei week end. Sono cresciuto soprattutto in quei momenti lì, tranquilli.

mercoledì 1 aprile 2020

La mia vita ai tempi del Coronavirus

Roma, 14 marzo. Mercato Trionfale aperto: vende cibo, non si può fermare il costante e alacre lavoro umano contro l'entropia. Gente che mantiene le distanze, una buona maggioranza con qualcosa che copre il volto, spesso mascherine anti-polvere o chirurgiche, a volte sciarpe o vecchie bandane anni 80, qualcuno con fazzoletti umidificati tenuti con gli occhiali. Molti più banchi chiusi rispetto al normale, dopo un po' realizzi che sono quelli che erano gestiti da pakistani, bengalesi e orientali in genere. C'è stata una sorta di selezione implicita quanto difficilmente spiegabile, la stessa che ha portato alla chiusura in pochi giorni dei ristoranti e dei negozi di casalinghi cinesi ben prima del decreto del 9 marzo.
Arrivando qui da solo in macchina, con il lasciapassare firmato in una tasca e la lista della spesa in un'altra, avevo le lacrime che mi rigavano le guance. Saranno state le strade vuote, o forse le nuvole basse, o magari è perché il sabato mattina la spesa la faccio con mia figlia grande, e stavolta c'era un decreto del Presidente del Consiglio ad impedircelo.
Ho provato a dire in casa che la situazione somiglia a quella di una guerra mondiale. L'intento era quello di creare coesione e senso di avventura in famiglia, come dire: siamo eroi, vinceremo. E poi il bello è che stavolta i paesi del mondo sono tutti alleati contro un nemico non umano, in una sorta di federazione intergalattica contro gli alieni. Tutti insieme. E poi un'altra cosa bella è che non ci sono bombardamenti, distruzione e morti ammazzati. 
E in questi eserciti i plotoni sono composti da famiglie. Si vive tutti all'interno di una miriade di piccole comunità coese e promiscue al loro interno ma isolate l'una dall'altra, perché come in tutte le guerre bisogna stare al sicuro, e tutto quello che si fa, lo si fa in una casa trasformata per l'occasione in bar, scuola, ufficio, palestra, parco giochi, mensa, cinema, deposito di viveri, pasticceria. Soprattutto pasticceria.
Vabbè, quindi con la guerra non c'entra niente, ha detto mia figlia piccola. Beh, in effetti no, ho risposto io.

giovedì 12 aprile 2018

Piccole cose da presidente

In quest'epoca di crisi post crisi, di ideologie superate e di valori sfumati, riuscire a trovare soddisfazione nelle piccole cose è il segreto della felicità. E allora c'è chi tifa la Roma, chi fuma il sigaro, chi si diletta con i videogiochi e chi è attento alla forma fisica.
Un Track Stand da Wikipedia
Il vostro presidente ultimamente trova soddisfazione nel fare il percorso lavoro-casa in bici senza mai mettere i piedi per terra. Niente di particolare, si tratta di circa 18 km di percorso urbano a Roma - pezzi isolati di ciclabile, lungoteveri, stradine, alcuni metri di marciapiede, tanti incroci e semafori, qualche piccolo senso vietato - senza staccare i piedi dai pedali. Le regole auto inflitte di questo giochino perverso prevedono inoltre che negli eventuali ma difficilmente evitabili momenti di stop non ci si possa appoggiare a supporti qualsivoglia (auto, pali, muri) ma si debba stare in equilibrio sui pedali, tecnica che gli anglosassoni chiamano track stand.
Il presidente ha ormai una percentuale di percorsi netti sul totale di circa il 70% e mira a raggiungere il 90% in tempi brevi. 
Le qualità richieste per raggiungere questi eccelsi risultati sono abbastanza comuni e facilmente esercitabili.
Una perfetta conoscenza del percorso permette di evitare incroci pericolosi con semafori interminabili e alta densità di traffico.
Una saggia scelta della velocità di marcia in prossimità degli incroci consente di arrivare al semaforo con una buona probabilità di vederlo illuminarsi di verde proprio al nostro arrivo.
Una certa dose di temerarietà aiuta a passare col rosso in caso di piccoli incroci pedonali o di evidente assenza di pericoli e di percorrere qualche via sufficientemente tranquilla in senso vietato.
Infine, un minimo di manico dà la possibilità, nei momenti critici agli incroci, di gestire una manciata di secondi in sufficiente equilibrio o, in caso di imbottigliamento da traffico, di saltare su un marciapiede per rubare metri alle auto e spazio vitale ai pedoni.
Per chi volesse cimentarsi nella sfida con il presidente o attenderlo appostato dietro un albero con la fionda, descrivo qui sotto il percorso in dettaglio:

  • Viale Europa
  • Via Tupini
  • Viale Egeo
  • Vicolo del Cappellaccio
  • Viadotto della Magliana
  • Riva di Pian due Torri
  • Via della Magliana
  • Lungotevere Inventori
  • Viale Marconi
  • Via Rolli
  • Via Portuense
  • Ponte Sublicio
  • Lungotevere Aventino e altri fino a Lungotevere Sangallo
  • Ponte Principe Amedeo
  • Via di Porta Santo Spirito
  • Via Cavalieri Santo Sepolcro
  • Via della Conciliazione
  • Via di Porta Angelica
  • Piazza Risorgimento
  • Via Leone IV
  • Viale Vaticano
  • Via Santamaura
  • Via Andrea Doria
  • Via delle Medaglie d'Oro
  • Piazza della Balduina
  • Piazza Mazzaresi
  • Via Festo Avieno (controsenso)
  • Via Macrobio
  • Via Lucano (controsenso)
e poi fino a casa (non vi do l'indirizzo preciso, dài).
Buone pedalate.

martedì 21 marzo 2017

Adotta un cassonetto

La premessa
Roma sta raggiungendo livelli di degrado mai toccati prima, questo è sotto gli occhi dei suoi cittadini. Il traffico è sempre caotico e arrogante, il trasporto pubblico alterna inefficienze organizzative e logistiche a giornate di sciopero spesso strumentali, le strade vengono riparate solo in casi estremi, e su tutto regna la mancanza di senso civico del romano medio.

Il problema
Monnezza vicino a cassonetti vuoti
Ma uno degli esempi più visibili (e annusabili) del degrado cittadino è la situazione della raccolta dei rifiuti. Impossibile non notare l'enorme quantità di monnezza abbandonata nelle strade: buste di plastica tra deiezioni canine e bottiglie vuote, cartoni della pizza su panchine pubbliche, bucce di frutta che strabordano dai pochi cestini. Pare impossibile fare trenta metri a piedi senza imbattersi in cassonetti circondati da informi sacchi di immondizia, imballaggi, mobili, materassi, vecchi elettrodomestici.
Un’aggravante, dovuta allo scarso senso civico di cui sopra, è che spesso l’utente non prova nemmeno ad aprire il coperchio del cassonetto per depositare dentro la spazzatura, ma la lascia lì accanto: sai com'è, il coperchio è pesante e c’è il rischio di sporcarsi, e poi non dimentichiamo che quei pantaloni che butto potrebbero servire a qualcuno...
Spesso ci si trova nell’assurdo stato di fatto di cassonetti semivuoti e immondizia tutt'attorno.
Le cose sono peggiorate da quando la raccolta è passata da motorizzata a automatica. Mi spiego: prima, nell'era dei cassonetti di plastica neri, l’AMA passava con un camion che aveva a bordo il conducente e due netturbini sul retro. I due operai accostavano a mano il cassonetto al camion che lo sollevava e svuotava al suo interno, poi raccoglievano i sacchi e l'immondizia varia che rimaneva a terra buttandola sul mezzo. Il risultato era che, al suo passaggio, il camion della nettezza urbana si lasciava dietro un'accettabile situazione di relativo ordine e pulizia.
Da quando ci sono quei grandi cassonetti metallici con i colori della raccolta differenziata, le cose funzionano diversamente. Ora passa questo enorme camion con il solo conducente a bordo, si affianca all'altrettanto enorme cassonetto, lo solleva con bracci meccanici e lo ingoia, noncurante di cosa rimane a terra. Nessuno raccoglie più il sacco che non entrava, la busta caduta per sbadataggine, la bottiglia rotolata fuori.
Il risultato è che il camion al suo passaggio si lascia dietro una scia di cassonetti vuoti e spazzatura sparsa per strada e sui marciapiedi, che rimarrà li finché, una volta al mese, se ti va di lusso, passeranno i netturbini con mezzi più piccoli a fare un po' di pulizia.

La soluzione
Chiarisco il mio pensiero: la soluzione istituzionale sarebbe passare alla raccolta porta a porta, unica scelta degna di una città europea. Ma io non faccio parte di chi decide, al massimo posso col mio voto indirizzare alcune politiche, ma spesso non funziona nemmeno quello.

Però posso adottare un cassonetto.

Certo, capisco benissimo che non spetta al cittadino pulire le strade, e che paghiamo un servizio apposta, e che vogliamo che funzioni. Ma non riesco a star lì con le mani in mano a guardare il mio quartiere ridotto come la casa dei sette nani prima che arrivasse Biancaneve.
Cassonetto pieno accanto a uno vuoto
Allora scelgo un cassonetto comodo, uno che mi farebbe piacere vedere pulito tutti i giorni, possibilmente sotto casa. Se poi sono due o tre, meglio ancora.
La mattina quando esco di casa gli do un'occhiata, se ci sono buste appoggiate fuori semplicemente le metto dentro, se un sacchetto è appoggiato sul bordo e rischia di cadere, lo spingo all'interno, spazio se ne trova quasi sempre. A volte si vedono coppie di cassonetti, uno con il coperchio alzato e strapieno, l'altro semivuoto e col coperchio chiuso. Chi passava ha preferito lasciare la busta a terra piuttosto che rischiare di sporcarsi o faticare per alzare il coperchio. Allora il papà adottivo non fa altro che prendere la busta, alzare il coperchio e buttarla dentro.

In base ai dati in mio possesso stimo che ci siano circa 100.000 cassonetti di varia natura a Roma. Se il 5% dei romani ne adottasse uno, ogni cassonetto avrebbe un paio di genitori adottivi che se ne prendono cura.
Certo, il povero genitore nulla potrà fare se la monnezza straborda da cassonetti strapieni, se non sperare nel pronto intervento dell'AMA, ma vi assicuro che in base alla mia esperienza questo accade di rado. Più spesso si tratta di incuria dei cittadini unita a inefficienza del sistema di raccolta. Cose alle quali noi genitori adottivi possiamo porre argine.

martedì 28 febbraio 2017

Cigni e catastrofi varie

Ricevo e pubblico da un membro clubbico:

Recentemente a Davos nel corso del Forum economico globale Cristine Lagarde, managing director del Fondo Monetario Internazionale,  ha affermato che l'economia mondiale rischia un "cigno nero" che avrebbe effetti devastanti, se si ripetessero nel 2017 in maniera negativa tutti gli elementi di rottura che sono ipotizzabili sulla base di quanto accaduto nel 2016.
Il termine “cigno nero” ci riporta ad un best seller di qualche anno fa del quale consigliamo la lettura (o la rilettura) a tutti ma in particolar modo a chi si occupa di audit: “Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita” di Nassim N. Taleb.
I cigni neri sono eventi rari, di grandissimo impatto e prevedibili solo a posteriori, come l'invenzione della ruota, l'11 settembre, il crollo di Wall Street, l’affondamento del Titanic, il successo di Google o di Apple oppure appunto la scoperta di cigni dal colore nero da parte degli europei arrivati in Australia, persone la cui esperienza aveva fino allora fatto credere che tutti i cigni fossero bianchi. Un singolo evento è stato sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un'esperienza millenaria. Gli effetti dei cigni neri sono spesso incontrollabili e devastanti proprio perché sono imprevisti. Se il rischio di un attentato con voli di linea fosse stato concepibile il 10 settembre, le torri gemelle sarebbero ancora al loro posto. Se i modelli matematici fossero perfettamente applicabili agli investimenti, non assisteremmo ai periodici shock dei mercati finanziari. Quasi mai ci si aspetta un evento straordinario che possa sconvolgere la vita persino quando un evento simile è già accaduto in passato e ci sono i presupposti perché si verifichi di nuovo, figuriamoci quando si tratta di un evento sconosciuto e imprevedibile. In altre parole tendiamo sempre a scartare le “code” della curva gaussiana, gli estremi, ed invece è proprio li che dovremmo concentrare ancor di più la nostra attenzione. Rielaborando temi di Hume, Mill e Popper, Taleb indaga su alcuni errori, ampiamente diffusi nel comune ragionamento, che ci ostacolano nell’individuare possibili cigni neri:
  •      la fallacia narrativa: cerchiamo di trovare a posteriori delle giustificazioni ai fatti accaduti, a prescindere dalla loro veridicità
  •      le prove silenziose: ci basiamo solo su ciò che conosciamo, ma ciò che non conosciamo potrebbe capovolgere le nostre convinzioni
  •      la fallacia ludica: il pensare che il rischio sia statisticamente controllabile come le probabilità al casinò

Le nostre convinzioni, anche le più radicate, dovrebbero sempre essere messe in discussione, soprattutto quando ci appaiono scontate. Proprio così, forse, potremmo avvistare un cigno nero che ci si sta avvicinando.

lunedì 23 novembre 2015

OdG

Alcuni potenziali argomenti da utilizzare per l'Ordine del Giorno delle riunioni di un ipotetico club che, se esistesse, vorrei mi accettasse tra i suoi soci:

  1. Esistono davvero i sapori di una volta?
  2. Meglio un sigaro ammezzato o uno lungo e poi lo tagli? Aspetti economici e di costume.
  3. Esiste una relazione causa/effetto nella realtà o è tutta una questione di culo?
  4. Florenzi aveva o no il diritto di salutare la nonna?
  5. E' vero che usate solo il 10% del vostro cervello?
  6. Il disco in vinile tra desueto e in voga.
  7. Tutto questo ha un senso? Se sì, quale? Se no, e allora?
  8. Spiritualità ed invecchiamento: il fardello del peccato originale nell'animo femminile.
  9. Codice di comportamento da tenere quando sei in occasioni conviviali con gente di cui non ti fotte una ceppa.
  10. Il rapporto padre figlio può essere decente a lungo termine o è inevitabilmente destinato a sfumare nell'incomunicabilità a partire dalla pubertà fino al totale indifferenza dell'adolescenza?
  11. Superiorità motivazionale dell'immaginario islamico: paradiso di Maometto vs i due coglioni del Paradiso dantesco.
  12. Fare il gigolò va ricompreso tra i mestieri usuranti?
  13. Come vi definireste con un solo aggettivo?
  14. Come mai il pesce grosso mangia il pesce piccolo e invece l'uccello grosso non mangia l'uccello piccolo?
  15. Perché creare una categoria di "avverbi presentativi" quando esiste solo "ecco"?
  16. Domanda a piacere.
  17. Netflix: l'ennesima inculata o la rivoluzione dell'Intrattenimento?
  18. Sedie a rotelle: non sarebbe più efficiente tirare le ruote invece di spingerle?
  19. Ma davvero vi considerate coraggiosi?
  20. Ricordate ancora l'appello della vostra classe di prima elementare?
  21. Qual è il numero di elementi soprannaturali accettabili in un prodotto di fiction?
  22. Meglio rileggere un gran libro per la terza volta o leggerne uno mediocre per la prima?
  23. Classifica delle gnocche nordeuropee per paese di provenienza: esperienze a confronto.
  24. Come sopravvivere al giorno d'oggi senza filtri CO2.
  25. In caso di amputazione delle gambe, le pulsazioni cardiache si modificano? E come?
  26. Si può davvero morire soffocati dal proprio vomito o prevale l'istinto di sopravvivenza e ti giri per sputare?
  27. Gli strass nella pittura muraria come rappresentazione del super-ego.
La sede dell'ipotetico club

mercoledì 18 novembre 2015

L'origine

Ricevo e pubblico una storiella scritta da Valeria, 10 anni; mi pare originale e degna dell'attenzione delle mie schiere di lettori.

Un tempo non c'era nulla. Ma tutto era stato scritto nel Grande Libro. Tutto ciò che sarebbe dovuto accadere era già stato scritto da Lui. Da Selvio Bonanseto.
Lui era l'Imperatore, il Re, il Dio.
Tutto ciò che sarebbe accaduto, Selvio lo conosceva, lo aveva scritto Lui.
Tutto successe in un giorno, la data prescelta da Bonanseto era arrivata.
Ad un certo punto si sollevò un po' di polvere leggera e comparve l'Universo. Tutto in una volta. Comparvero gli umani, gli animali e le cose che pensano le persone, le false prove dell'esistenza dei dinosauri e della scoperta di Colombo, tutto già al proprio posto. E tutto è lì ancora adesso.
Selvio ha deciso in anticipo le parole che diciamo, le cose che pensiamo, tutto.
E in questo momento sta scrivendo quello che accadrà domani.
E ieri ha scritto sul suo libro che io avrei scritto questa storia.
Tutto è nato così, dalla mano di Selvio Bonanseto, un bambino di appena quattro anni.

martedì 17 novembre 2015

La percezione di un tornello

Un lavoro come il mio, caratterizzato da routinari pendolarismi casa-ufficio, implica l’abitudine ad atti che, da un certo momento in poi, ti ritrovi a seguire se non altro per necessaria coerenza con te stesso.
Da anni ormai, alla solita ora, esco dalla solita stazione della metropolitana e passo attraverso il solito tornello di ingresso alla sede dell'azienda dove lavoro. Scelgo sempre lo stesso, quello più a sinistra dei cinque disponibili. E’ un classico tornello a rotazione con i tre bracci in metallo, che si sbloccano quando riconoscono il badge che avvicino al sensore e che, dopo il passaggio di un corpo, si assestano di nuovo in posizione per accoglierne uno nuovo. Solo che il mio tornello è sempre stato un po’ pigro, i bracci ruotano a rilento quando perdono la spinta del corpo passante e, dopo aver permesso un ingresso, si riassestano con estrema indolenza in posizione di "avanti un altro". E’ così da anni.
Ogni giorno, sul lato sinistro dell’ingresso, due metri prima del mio tornello, staziona l’addetto alla sicurezza; un tipo sulla cinquantina che osserva gli impiegati che, come me, avvicinano il badge al sensore e passano. Lui di mestiere fa questo: osserva il passaggio. Io lo saluto e lui contraccambia e mi segue con lo sguardo mentre attendo con pazienza i voleri del tornello fiacco: è un rapporto così, fatto di attimi di vita comune.
Ieri, tutto a un tratto, la discontinuità. L’evento imprevedibile. La frattura nello spaziotempo. Il tornello scatta senza intoppi, come un meccanismo perfettamente oliato, senza più un brandello di quella pigrizia che lo contraddistingueva fino a ventiquattr'ore prima.
Una volta passato, io guardo l’usciere, l’uomo che per decine di mattine aveva osservato il mio indugiare dietro la flemma del braccio meccanico, e prorompo in un cordiale: 

E che succede? Tutt’a un tratto funziona? Lo avete aggiustato?
Lui: Che?
Io: Come che, il tornello, era lento, ora funziona, mi riferivo a quello.
Lui: Boh, mi pare sempre uguale.

Come. E'. Possibile.
Tu per lavoro fai questo: osservi le persone che passano. Da anni. Ti piazzi sempre lì, vicino a quel tornello. Per svariate ore al giorno, quello è il tuo mondo. Non ti sei mai chiesto nulla? Non ne hai mai percepito il ritmo? Non ti chiedi il motivo del cambiamento? Forse un intervento manutentivo? Forse uno divino? Ti saluto ogni mattina mentre attendo il ritorno in posizione del braccio lento. E non ti sei mai accorto di nulla?

Ecco l’essenza dell'essere subumano. Sopravvivere senza porsi alcuna domanda sulla realtà che ti circonda.
Buona percezione a tutti.

lunedì 3 novembre 2014

Modesto ma veemente assalto alla casta

Mi sembra che oggi siano i giornalisti quelli che decretano quale sia il bene e quale il male.

Sono loro che giudicano il metodo Stamina sostituendosi ad autorità sanitarie e a sperimentazioni scientifiche.
Sono loro che decidono se un alimento è sano, se il biologico avrà successo, se una dieta è bilanciata; sono sempre loro che giudicano la qualità di vita di un Paese, se un'università è d'élite, se il clima sta cambiando, se i ghiacciai si sciolgono per davvero o se una democrazia è in pericolo.

Trasmissioni come "le Iene" possono far chiudere esercizi commerciali e mettere sotto inchiesta enti pubblici con servizi da poche decine di minuti e quattro interviste. 
Ogni settimana un'inchiesta di Report annienta un diverso settore: pochi giorni fa è toccato alla pizza, poi al caffè, ieri ai piumini. E il bello è che lo fa con contenuti a dir poco opinabili ma con clamore da Watergate. Tipo: il prof. Perin sostiene che la pizza bruciata può far male (dov'è la novità? anche svegliarsi la mattina fa male, aumenta l'entropia e ti avvicina al giorno della morte); oppure: alcuni pizzaioli disonesti condiscono la pizza con olio di girasole al posto di quello d'oliva (e 'sti cazzi? manco fosse cianuro).
... e chi se ne frega...


La ricerca spasmodica di complotti e catastrofi si è impossessata del telespettatore e i giornalisti da inchiesta ci sguazzano come pesci rossi nell'acqua di rubinetto: sono loro, i giornalisti d'assalto, l'ultima frontiera del potere, l'ennesima casta, i nuovi intoccabili. Sono gli unici che possono parlare di tutto pur dichiarandosi sfacciatamente non esperti, che possono attaccare impunemente chiunque, fottendosene di regole che loro stessi si vantavano di maneggiare alla perfezione, tipo il diritto di replica o gli elementi basilari del contraddittorio. Non devono rendere conto a nessuno se non all'audience e alla risonanza mediatica delle loro dichiarazioni. Possono scegliere, tagliare, montare interviste e inserire immagini in modo arbitrario, lanciando messaggi ben precisi senza alcun tipo di verifica o controllo se non quello che si fanno da soli. E se si sbagliano, beh, al massimo una piccola e discreta rettifica in fondo al programma successivo e tutto è sistemato. 

A quando una puntata di Report autoreferenziale, incentrata sul potere che i giornalisti stessi si sono ritrovati per le mani e su come questo viene usato?

martedì 30 settembre 2014

Il Tutto in tre parti

Ci sono alcune opere tecniche che, pur rivolte a una platea di specialisti, grazie a qualità intrinseche di fascino, originalità e semplicità di esposizione, riescono a valicare i confini della materia che indagano per farsi apprezzare anche da dilettanti e semplici curiosi.
Una di queste è senz'altro The Feynman Lectures on Physics, manuale di fisica pubblicato nel 1964 che raccoglie le lezioni del premio Nobel Richard Feynman agli studenti dei primi anni del Caltech; il manuale è tuttora considerato una lettura obbligata per chiunque si interessi di fisica ed è gelosamente conservato negli scaffali degli studenti di tutto il mondo. L'opera completa e originale è disponibile on line all'indirizzo http://www.feynmanlectures.caltech.edu/ .
The Feynman Lectures on Physics
Il vostro sottoscritto e umile tacchino, nonostante la sua preparazione appena liceale in tema, ha tentato più volte di affrontare i volumi nella loro veste originale senza mai riuscire ad andare oltre i primi capitoli, e si è dovuto accontentare degli estratti pubblicati da Adelphi ("Sei pezzi facili" e "Sei pezzi meno facili"), grazie ai quali ha quantomeno potuto apprezzare l'approccio per nulla accademico di Feynman e l'esposizione infarcita di immagini concrete ed esempi legati ai fenomeni fisici di cui siamo circondati tutti i giorni.
E' per questo che mi sono buttato a capofitto nella lettura dell'appena pubblicato Feynman Lectures Simplified 1A: Basics of Physics & Newton's Laws (Everyone's Guide to the Feynman Lectures on Physics) di Robert Piccioni - Real Science Publishing (2014).
Robert Piccioni, allievo di Feynman al Caltech, ha provato a semplificare al massimo l'opera del maestro conservando comunque la struttura e la completezza dell'opera, e ciò consente ai dilettanti come il sottoscritto di avvicinarsi alle lezioni di Feyman nonostante la propria mal celata ignoranza.
Per farvi assaporare lo stile dell'opera vi propongo un affascinante brano tratto dal primo capitolo. La traduzione dall'inglese è mia, vi chiedo clemenza.

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Einstein una volta disse: "Il fatto maggiormente incomprensibile riguardante l'universo e che come esso sia in effetti comprensibile".
Come fa un cervello umano da un chilo e mezzo a percepire anche una singola regolarità in un cosmo talmente vasto?
La risposta è celata negli atomi e nelle particelle che li compongono.

Nel mondo macroscopico, tutto ciò che possiamo vedere con i nostri occhi o con i telescopi è composto da oggetti unici, diversi l'uno dall'altro. Non esistono due alberi esattamente uguali né due stelle identiche, e ogni persona è un individuo unico. Persino ogni minuscolo fiocco di neve è diverso dagli altri in alcuni piccoli particolari. Nel mondo macroscopico esistono miliardi di miliardi di oggetti diversi (parecchi di più, ma per i miei scopi dire miliardi di miliardi è sufficiente). Se fosse tutto qui, non ci sarebbe scienza, né tecnica, e nemmeno società avanzata. Il nostro cervello non potrebbe mai comprendere miliardi di miliardi di oggetti diversi.

Ma se analizziamo questi oggetti macroscopici, scopriamo che sono tutti formati da molecole o strutture similari: il nostro universo contiene solo milioni di milioni di tipi di molecole (dico solo perché milioni di milioni è un numero molto più piccolo di miliardi di miliardi). Andando ancora più a fondo nella struttura dell'universo, scopriamo una realtà sottostante con una differenziazione ancora minore. Infatti i processi inorganici producono solo 10.000 molecole differenti; sono gli organismi viventi a produrre tutto il resto delle molecole conosciute. Il corpo umano da solo produce all'incirca un milione di proteine diverse.

Scendendo di un ulteriore livello, scopriamo che tutte queste molecole sono composte di atomi. Esistono solo un centinaio di atomi diversi. Troviamo una realtà più profonda caratterizzata da minore complessità.

Se scendiamo più in profondità arriviamo all'ultimo stadio: le particelle elementari, che al momento crediamo siano indivisibili. Abbiamo scoperto solo 17 tipi differenti di particelle, più 12 antiparticelle. Gli atomi contengono solo 3 di questi 17 tipi di particelle. Tutte le differenze vengono praticamente annullate. Man mano che si scende in profondità la natura diventa sempre più semplice, anche se il suo funzionamento diventa sempre più distante da quanto siamo abituati a vedere.

Per riassumere:

Numero di tipi diversi in entità di varia grandezza
Entità # tipi diversi
   
Macro oggetti Miliardi di miliardi
Molecole Milioni di milioni
Atomi Centinaia
Particelle 17
Parti atomiche 3

Tutto ciò che vediamo nell'universo, persino le galassie più distanti, è composto solo da tre parti diverse, combinate in un meraviglioso ventaglio di diverse strutture.


Possiamo comprendere il funzionamento dell'universo, e le scienze e la tecnica funzionano, proprio perché abbiamo la possibilità di limitare l'analisi a solo tre minuscole componenti e a come queste si combinano tra di loro.

Feynman affermava che l'ipotesi atomica - ogni cosa è fatta di atomi - è stata l'idea più importante della scienza.

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venerdì 18 luglio 2014

La ricetta del giorno

Ravioli al pecorino balsamico

Quanto segue è stato minuziosamente quanto recentemente 
sperimentato dall'autore con rigoroso metodo empirico, 
compresa la barzelletta

Per gustare al meglio la ricetta che segue senza influenze esterne che rischiano di distrarvi durante le fasi di preparazione e di degustazione si consiglia di aspettare una sera in cui la prole è in vacanza dai nonni e la consorte è a un apericena (un giorno mi farò spiegare meglio di che si tratta).

Preparazione e ingredienti
  1. Aprite il frigo e afferrate con nobile nonchalance quella busta di ravioli ricotta e spinaci con data di scadenza minacciosamente vicina che giace da tempo immemore tra la mezza melanzana moscia avvolta nel cellophane e il pezzo di pecorino avanzato da ieri.
  2. Convincetevi con fervore del fatto che la scelta dei ravioli è completamente vostra e non è sottoposta a vincoli di sorta: avreste potuto tranquillamente preferire qualcos'altro a caso dalla ricca offerta del vostro frigo, ad esempio la mezza melanzana o il pezzo di pecorino.
  3. Mettete su l'acqua. Nell'attesa della sua ebollizione sparatevi una Peroni da 66 e paio di partite a Ruzzle con gente facile da battere: entrambe le azioni stimolano l'appetito e tendono a trasformare l'alimentazione in una questione di vita o di morte, nettamente separata da ogni velleità culinaria. Questo vi sarà utile per i punti 9 e 10.
  4. Buttate i ravioli nell'acqua bollente e salata a piacere.
  5. Scolateli dopo un paio di minuti con la tecnica chiamata inclina-la-pentola-con-coperchio-mezzo-chiuso-per-far-uscire-l'acqua: in questo modo evitate di sporcare lo scolapasta e sapete benissimo che ogni utensile in più da lavare ha un costo sociale non indifferente.
  6. Cospargete i ravioli, ancora nella pentola, con pecorino grattatugiato. 
  7. Il pecorino vi pare un po' poco come condimento? È per questo che come tocco finale vi consiglio un'innaffiata con aceto balsamico, che offre l'innegabile vantaggio di amalgamare il tutto in una poltiglia nerastra di sapore pressoché uniforme.
  8. (Se proprio non vi fidate di quel pecorino avanzato può andare anche il parmigiano, solo abbiate l'accortezza di procurarvelo con sufficiente anticipo e di non chiamarli ravioli al pecorino balsamico.)
  9. Ora non vi resta che mangiare direttamente dalla pentola mentre vi raccontate una barzelletta che non ricordavate.
  10. Buon divertimento.
L'immagine è a solo scopo
dimostrativo e non è rappresentativa
del prodotto descritto.
Anche perché non c'è traccia di pecorino.

martedì 10 giugno 2014

Un po' troppo defilato

Ai tempi della scuola media c'erano quelli che non sapevano giocare a calcio. O meglio, che non eccellevano nel ruolo del cannoniere, quello più riconoscibile e spettacolare, quello con il quale cucchi le ragazze e che, non essendo bravi a fare gol e rovesciate, si rifugiavano in un compito di nicchia, rassicurante perché poco visibile ma pur sempre necessario all'economia di una squadra: si mettevano a fare il portiere. Come a dire: non sono bravo a fare palleggi ma quando vi vedete il pomeriggio dopo scuola e fate quelle cose fiche da maschi mi dovete comunque coinvolgere, senza di me niente partita.
Poi arrivò il tempo del rock e delle garage band. Cominciai con velleità da chitarra solista ma, non avendo la classe e il carisma da frontman, mi riciclai in quel ruolo che più o meno è l'analogo del portiere: mi misi a suonare il basso.
A parte alcune eccezioni tipo Sting o McCartney, che a quanto ne so non avrebbero dovuto spaventarmi ma piuttosto venirmi in aiuto per confermare la regola, il bassista era quello a cui si richiedeva poco virtuosismo e zero visibilità, ma una costante e umile presenza; e, cosa più importante, senza di lui la band non suonava. Le caratteristiche calzavano perfettamente al mio io: era un ottimo metodo per presenziare alle prove e ai concertini degli anni universitari rimanendo sempre un po' defilato. Ruolo che pareva cucito su misura sulla la mia smania di appartenenza al gruppo unita al terrore di sbagliare. 
Poi un giorno partii per l'Erasmus e al mio ritorno ecco che mi avevano sostituito. Praticamente non se ne accorse nessuno. Troooooppo defilato.

martedì 3 giugno 2014

Bagni: due descrizioni

Il bagno era per lo più una doccia piastrellata dotata di un'infinita gamma di rubinetterie, con un'unica caratteristica decisamente non laodicea: la propensione, quando le usavi, ad aggredirti con un getto rovente o ghiacciato a seconda che il vicino aprisse l'acqua fredda o la calda, privandoti con ciò di un elemento indispensabile all'amalgama da te accuratamente preparato.

[Vladimir Vladimirovic Nabokov, Lolita, 1955]


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L'acqua che esce dal rubinetto dell'acqua calda è di un caldo con effetto esfoliante, ma occorre solo uno scatto della manopola della doccia per ottenere una temperatura perfetta di 37°C. Vorrei che a casa mia la pressione fosse proprio questa: la forza del telefono della doccia vi schiaccia senza via di scampo sulla parete opposta, e a 37°C la posizione MASSAGGIO vi fa ruotare gli occhi all'insù e lo sfintere dà segni di cedimento (...). Ma tutto questo non è niente rispetto al water, affascinante e potenzialmente diabolico, della 1009. Connubio armonioso di forme raffinate e vigorosa funzionalità, corredato di rotoli di carta così soffici che non presentano le solite perforazioni per lo strappo, il mio water è sormontato da questo avviso:

QUESTO WATER È DOTATO DI UN SISTEMA DI SCARICO AD ALTO TIRAGGIO, SI PREGA DI NON GETTARE NIENTE CHE RIFIUTI ORDINARI E CARTA IGIENICA
(...) 
I vostri escrementi più che rimossi sembrano risucchiati, e risucchiati a una velocità tale che vi fa pensare che vadano a finire in un luogo così lontano che diventano immediatamente un'astrazione... una specie di scarico ad alto tiraggio esistenziale.


[David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, 1997]


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Roma, Liceo Scientifico Carlo Rovelli, Corso di letteratura, anno scolastico 2077/2078.
Compito in classe:

Vladimir Nabokov e David Foster Wallace, due autori del Novecento ai quali abbiamo dedicato grande attenzione quest'anno, hanno in comune alcuni tratti: l'uno annovera l'altro tra le sue influenze, dagli scritti di entrambi spesso traspare una cinica ironia, non di rado ambientano le loro storie in un Mid West piatto e intensivamente maisizzato.
Tracci lo studente un parallelo tra i due autori citando alcuni brani delle loro opere più note. 



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Ecco. In questo ipotetico tema liceale del futuro io come brani da citare avrei scelto quei due del bagno.

(Non so dove l'ho letto, ma mi pare che DFW tenesse in camera un poster di Nabokov, più o meno come io tenevo quello dei Pink Floyd. Ho cercato in rete una foto che lo testimoniasse [di Wallace con Nabokov, non di me con i PF] ma senza successo; se la trovate fatemelo sapere: ve ne sarò mensilmente grato).

mercoledì 9 aprile 2014

Elenco di alcuni libri che avremmo potuto leggere

Diciamoci la verità: a conti fatti l’unico degli antichi che ci ha preso è stato Democrito.
Ai suoi tempi, o poco prima, i vari sapienti discutevano se il principio e l'essenza di tutto dovesse essere l’acqua (Talete), l’apeiron (Anassimandro), l’aria (Anassimene), il fuoco (Eraclito), l’Uno (Senofane e Parmenide), i quattro elementi tutti insieme (Empedocle). Arriviamo di questo passo senza grossi progressi fino al quarto secolo AC, ai tempi di Socrate, Platone e Aristotele, quando il nostro eroe se ne esce con una ipotesi modernissima, materialista, atomistica. Un frammento: "Opinione il dolce, opinione l'amaro, opinione il caldo, opinione il freddo, opinione il colore: in realtà soltanto gli atomi e il vuoto". Tutto confermato con poche varianti da Bohr e Einstein.
Democrito era una macchina da scrittura, produsse decine di opere sugli argomenti più disparati e dai pochi frammenti che ci sono stati tramandati si capisce che ci prendeva un po’ dovunque, con la stessa lungimiranza e lo stesso intuito dimostrati in fisica. Tutto questo sapere è andato perso nei secoli bui dell'ascesa del cristianesimo come unica religione e della distruzione della cultura pagana. Al contrario Aristotele, un tizio con la stessa grafomania di Democrito ma dall'intuito minore (era quello del sasso che cade perché va verso il suo luogo preferito, e dell’aria e del fuoco che vanno verso l’alto per lo stesso motivo), vide sopravvivere la quasi totalità delle sue opere grazie all'adozione della sua filosofia da parte del cristianesimo. Al solito prevale la cultura del vincitore.

Di seguito un elenco dei libri scritti da Democrito e perduti per sempre. 
Sapete quanto mi affascinano gli elenchi. Questo, in più, mi commuove.

Democrito (o forse Eraclito?)
Grande cosmologia; Piccola cosmologia; Cosmografia; Sui pianeti; Sulla natura; Sulla natura umana; Sull'intelligenza; Sulla sensazioni; Sull'anima; Sui sapori; Sui colori; Sulla diverse traiettorie degli atomi; Sulla mutazioni di configurazioni; Le cause dei fenomeni celesti; Le cause dei fenomeni atmosferici; Le cause del fuoco e dei fenomeni ignei; Le cause dei fenomeni acustici; Le cause degli animali; Descrizione del cielo; Geografia; Descrizione del polo; Sulla geometria; Le realtà geometriche; Sulla tangente al cerchio e alla sfera; I numeri; Sulle linee irrazionali e sui solidi; Proiezioni; Astronomia; Tavola astronomica; Sul raggio luminoso; Sulle immagini riflesse; Sui ritmi e sull'armonia; Sulla bellezza dei canti; Sull'eufonia e la cacofonia; Su Omero; Sulla correttezza e espressiva e linguistica; Sulle parole; Sulle denominazioni; Sul valore o sulla virtù; Sulla disposizione che caratterizza il sapiente; La scienza medica; Sull'agricoltura; Sulla pittura; La tattica; I peripli oceanici; Sulla storia; Il pensieri dei Caldei; Il pensiero dei Frigi; Sulle lettere sacre di Babilonia; Sulle lettere sacre di Meroe; Sulla febbre e le tossi biliari derivanti da malattia; Sulle aporie; Questioni legali; Pitagora; Sul canone dei ragionamenti; Le conferme; Appunti di etica; La felicità.


(L’elenco originale, ancora più ampio, è tramandato da Diogene Laerzio; io l’ho preso pari pari da un bellissimo e più recente libro di Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose. Ringrazio la figlia novenne per la dettatura).

sabato 5 aprile 2014

Jimi a sonagli

Se conoscete Little Wing siete con ottime probabilità tra quelli che la ritengono un capolavoro.
Se la ritenete un capolavoro, con altrettanto ottime probabilità attribuite la sua qualità alla originale struttura armonica circolare, al testo onirico e psichedelico, alla stratosferica chitarra di Jimi Hendrix.
Però c’è un però. Nella versione in studio, sin dall'inizio del brano dei fastidiosi campanellini si affiancano alla chitarra per tessere la linea melodica, e questa roba continua occupando per tutta la lunghezza del brano la fascia alta delle frequenze. Ecco, io quei campanellini li odio. Uno scempio.
Come i tamburelli di molto del rock americano anni sessanta, come la sgraziata voce di Yoko Ono nei brani di Lennon.
A voi il giudizio.


giovedì 6 marzo 2014

Due tweets troppo lunghi

1- L'uomo che viaggiava sui treni

Ci sei mai stata a Trieste? Trieste Centrale, 718 chilometri, sei ore e venticinque, Espresso Veloce. Io coi treni ci lavoro da quando c’avevo 21 anni, ora ne ho 75. Ho la tessera, eccola, vedi? Con questa vado dove voglio. Prima per Trieste manco c’erano i treni, ora ce ne sono due, uno alle 10,30 e uno alle 15,45, tutt’e due Espressi Veloci. I controllori quando mi vedono manco mi chiedono il biglietto, ce lo sanno che c’ho questa, io vado dove mi pare. E' che adesso c'ho da fare, scendo a Piramide, che devo pagà 'na multa, sennò oggi potevo andare a Verona. Sei mai stata a Verona Porta Nuova? 512 chilometri, quattro ore e cinque minuti. A Verona ci vanno un sacco di persone.
Lo sai che sei carina? ti porto a Livorno con me se ti va. Livorno Centrale.

(Scampoli di un monologo origliato stamattina su un vagone della Metro B. Tutti i dati relativi a orari, distanze e tempi di percorrenza sono quelli che mi ricordo, quindi probabilmente errati. Giusto per avvertirvi che è inutile che googlate e poi fate i saputelli.)


2- La magia della letteratura

Invece c’è una specie di: «A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io». Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi in comunicazione profonda e significativa con un’altra coscienza, in un modo in cui non ci riescono altre forme d’arte.

David Foster Wallace, da un'intervista concessa a Laura Miller nel 1996


domenica 2 febbraio 2014

Stranezze spaziali

Avete presente Space Oddity, il meraviglioso brano del 1969 firmato da David Bowie che narra le vicende del maggiore Tom, astronauta che vaga solo nello spazio? Se provate a digitarne il titolo su Youtube il primo video che spunta fuori (con oltre 20 milioni di visualizzazioni) non è né un'esecuzione dal vivo del barone bianco né un clip dell'epoca, ma un filmato girato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale da Chris Hadfield, astronauta canadese, durante una missione nel 2013. Il colonnello Hadfield, prima di rientrare sulla terra, ha imbracciato la chitarra e ha registrato una suggestiva versione della canzone di Bowie, con strepitose immagini dallo spazio che fanno da sfondo. E la cosa è venuta piuttosto bene: la voce è armoniosa e adatta al pezzo, la qualità del video eccellente.
Vale la pena dargli uno sguardo.


mercoledì 29 gennaio 2014

La frontiera del tempo

Dialogo sul tempo in un unico atto con titolo un po' paraculo

Personaggi
  • Conte P, intellettuale dalle nobili origini e dai modi aristocratici, con il vezzo di interessarsi un po' di tutto ma di nulla a fondo;
  • Tacchino, personaggio strumentale alla narrazione, più che altro utilizzato per porgere le battute al protagonista; a tempo perso tiene un blog che, considerato il numero di accessi, potrebbe benissimo essere sostituito da un paio di email al mese destinate a pochi intimi;
  • una giovane cameriera dai tratti piacenti.
Scena

Roma, interno, lounge bar fighetto, due comode poltrone in cuoio nero, un tavolino basso con due snifter colmi per un quarto di un liquido ambrato. Il locale è cablato modernamente in modo che basta sfiorare un pulsante per ottenere il pressoché immediato sopraggiungere della giovane cameriera.

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Tacchino: sa cosa mi piace di questo posto, Conte? Che il Lagavulin te lo servono abbondante e nel bicchiere adatto, bello panciuto. Lei dice che per risparmiare ce lo portano annacquato?

Conte P: caro Tacchino, non amo fare questo tipo di illazioni se non supportandole con prove incontrovertibili o per lo meno con solidi indizi. Io vengo qui per fare due chiacchiere, non per immettere in corpo liquidi dal miglior rapporto tasso_alcolico/prezzo disponibile sul mercato, come a volte dà l'impressione di fare lei. A proposito, non è già al quarto? Dovrebbe andarci piano. Piuttosto vorrei portare alla sua attenzione una considerazione che facevo tra me e me giusto stamane, mentre mi recavo alle scuderie accompagnato dal mio fido segugio Piero e che, nonostante siano passate ore, continua a frullarmi in testa.

Tacchino: spari pure, sono tutt'orecchi. Intanto io schiaccio questo bottone e chiamo quello spettacolo di cameriera, ma l'ha vista? Io glielo darei volentieri un colpo.

Conte P: l'altro giorno ho assistito a un seminario del prof. Rovelli in cui l'esimio affermava che, in base ai suoi studi, le equazioni della meccanica possono benissimo essere scritte senza tener conto della variabile tempo. Ciò significa che la fisica di base funziona comunque, anche ipotizzando la non esistenza del tempo. L'unico campo in cui pare non si possa prescindere dal concetto di tempo è la termodinamica: i processi entropici hanno una direzione correlata al tempo. Rovelli sostiene anzi che il tempo sia, in un certo senso, un'illusione che deriva proprio dai processi entropici.

Tacchino: oh, beh, in effetti, non saprei... ah, salve signorina, non avete qualche stuzzichino? 

Cameriera: Se vuole le porto un cestino di olive, sono ottime.

Tacchino: olive? Ma sono gratis? Altrimenti non se ne fa nulla.

Cameriera (allontanandosi un po' disgustata): non si preoccupi, offre la casa.

Tacchino: carina, vero? Ma com'è che non toglieva gli occhi da lei, conte?

Conte P:  forse perché mentre le chiedeva le olive non faceva che fissarle le tette. Dovrebbe essere più elegante nei rapporti con il gentil sesso, a volte mi chiedo come faccia io ad accompagnarmi a lei, pur se in queste rare occasioni. Le dicevo, sullo spunto della teoria di Rovelli ho provato a fare delle considerazioni. In un certo senso il tempo è intimamente connesso alla visione umana della realtà. Se ci pensa bene, tutte le testimonianze del passato sono solo stati del presente: rovine, fossili, lettere, storie, cosa sono se non forme attuali della materia? Persino quella che consideriamo la prova più inconfutabile del passato, ossia la sensazione che sembra collegare un agglomerato di cellule del presente, il "me ora", a un altro agglomerato più o meno simile del passato, il "me ieri", alla fine dei conti non è altro che un insieme attuale delle configurazioni stabili dei miei neuroni: la mia memoria. L'unica vera testimone del passato diventa uno stato presente, come del resto lo sono altre configurazioni neurali che rappresentano l'unica prova del futuro: le aspettative, le previsioni, le proiezioni mentali; tutta questa roba è solo presente, uno stato della materia, una forma dell'adesso.

Tacchino: sì, ma io nel frattempo divento vecchio e una come quella me la scordo.

Conte P:  ecco, l'invecchiamento a cui, nella sua semplicità, lei accenna, caro Tacchino, il fatto che la materia abbia stati successivamente sempre più disordinati, è l'unico processo ancora indissolubilmente legato al tempo di cui abbiamo bisogno. Probabilmente è proprio il significato ultimo del tempo.

Tacchino: boh, io mica ho capito bene questa storia. Me lo fa qualche esempio? A proposito, quel whisky, se non lo beve lei, quasi quasi...

Conte P:  prenda pure, ma non starà esagerando? Ormai è quasi sdraiato su quella poltrona. Allora, dicevo, il concetto non è di certo nuovo, sicuramente anche lei, che legge solo fumetti, si sarà imbattuto in qualche massima del tipo "il passato esiste solo nella memoria, il futuro nell'immaginazione" oppure "il passato non è più, il futuro non è ancora, esiste solo il presente". Beh, diciamo che queste massime forse vanno nella giusta direzione. D'altronde gli animali fanno proprio questo: vivono esclusivamente nel presente. Voleva un esempio per la sua mente elementare? Quando, uscendo di casa, lascio Piero, il mio segugio, da solo, comincia a guaire inconsolabilmente come se non dovesse più vedermi, anche se ormai dovrebbe essere abituato al mio rientro dopo un'ora al massimo. E al mio ritorno mi dedica ogni giorno la stessa accoglienza che mi ha riservato lo scorso inverno al mio ritorno dal Borneo, un viaggio durato più di tre mesi. Per un cane un'ora o tre mesi è uguale: non ha il senso del tempo. Solo gli umani mostrano di avere questo concetto nel loro software. E nemmeno tutti: i bambini, fino a quando non assimilano il meme del tempo dai genitori, ragionano esattamente come gli animali. E' per questo che mal sopportano anche il minimo dolore: lo vivono come se dovesse durare per l'eternità, come se fosse diventato il loro stato stabile. Non hanno l'idea di evoluzione, di cambiamento.
Certo, c'è da dire che il meme tempo è stato il motore della nostra evoluzione, dello sviluppo della nostra cultura: senza l'esperienza del passato e senza la pianificazione del futuro noi non staremmo qui a sorseggiare whisky scozzese, saremmo arrivati al massimo allo stadio di cacciatori/raccoglitori. Ma stasera parliamo di realtà fisica, non di cultura.

Tacchino: E meno male, che io con la cultura non ci ho mai fatto pace. Ma lo sa che sulla storia dei bambini forse ci ha preso? Mia figlia piccola quando mi chiede quanto manca a Natale, che le risponda due giorni o sei mesi reagisce sempre allo stesso modo: s'imbroncia e dice: "noooo, è troppo tempo". 

Conte P:  esatto. Ha mai provato a spiegare a un bambino piccolo il significato di domani? Facilmente si confonderà con la storia che il domani di ieri è l'oggi di oggi.
Vabbé, si è fatto tardi, io andrei, vuole che l'accompagni? Non mi pare troppo in forma.

Tacchino: Nooooo, tranquillo, sono a posto, se solo mi dà una mano a trovare la macchina... a proposito, ricorda di che colore è?

Conte P:  dovrebbe riconoscerla dalla ammaccature, se non erro ha ancora lo stesso catorcio a bordo del quale ho avuto il piacere di conoscerla oltre dieci anni fa. Solo una raccomandazione prima di accomiatarci: la prego di ritenere le vaghe chiacchiere di stasera un semplice scambio di opinioni tra vecchi amici, non si sogni neppure di farne cenno su quel suo blogghetto, ne andrebbe della mia reputazione di uomo con i piedi per terra.

Tacchino: Ovvio, sarò una tomba. Burp.

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Disclaimer:
i personaggi citati e le vicende qui narrate, incluso questo disclaimer, sono di fantasia, e non hanno alcun legame con personaggi esistenti o vicende realmente accadute.